LEGENDA:
Linea tratteggiata: diffusione del culto
Linea continua: percorso del dipinto “San Giorgio e il drago”,
Raffaello, 1506.
Era un cavaliere venuto dal mare con le navi dei genovesi spinte da remi crociati dopo l’addio alle mura di Gerusalemme. Giorgio il cavaliere s’era mostrato ai crociati genovesi all’assedio d’Antiochia accorsi a dare aiuto ai soldati inglesi ridotti a mal partito. Ebbe uno stendardo con la croce rossa in campo bianco e dalla tomba di Lydda entrò al palazzo del mare in Genova repubblica a guardia dei mari. Gli inglesi lo fregiarono cavaliere dell’ordine della Giarrettiera e per tutti fu il santo intercessore a cavallo che intercetta il dragone onnivoro di prede sacrificali. Fu il vescovo di Genova Jacopo da Varazze a scrivere la sua Legenda Aurea e da allora mito e leggenda convissero mirabilmente. Giorgio di Cappadocia sotto le armi al servizio dell’imperatore romano d’Oriente, obiettò l’ordine di bruciare incenso davanti alla statua di Diocleziano e divenne martire per testimoniare la sua obiezione di coscienza che non ammetteva altro Dio al di fuori del suo. Fu sepolto e venerato a Lydda (330), lontano dalla sua Cappadocia, il suo culto fiorì sulle sponde del Nilo confuso a scene che rappresentavano l’imperatore Costantino, il liberalizzatore del culto dei cristiani, che calpesta il dragone nemico del genero umano soccombente ai suoi piedi nell’atto di mordere la polvere, e tal’altra al dio Horus nella sua divisa romana che trafigge il coccodrillo, che simboleggia Set, altro spirito del male, che soccombe tra le zampe del suo cavallo. Importato in Occidente il mito e la leggenda di Giorgio il cavaliere è diventato l’archetipo occidentale della lotta tra il bene e il male, della sfida tra paganesimo e cristianesimo.
Il mito di Giorgio martire cavaliere che uccide il dragone divenne il culto di tutto l’Occidente, venerato sub occiduo cardine, tutt’uno con la bandiera rossocrociata in campo bianco di inglesi e genovesi. Riccardo, cuor di leone, che andava alla guerra disse di aver visto il santo dargli forza e guidarlo con le sue truppe cristiane alla vittoria. Edoardo III non dimenticò mai di urlare prima di andare in battaglia St George for England e con i coraggiosi e i più forti fondò l’Ordine di san Giorgio, detto della Giarrettiera: il costume di cingere attorno alla gamba una giarrettiera di seta azzurra con la fibbia d’oro e sopra, ricamate, le rose dei Tudor.
I genovesi sulle
rotte per Costantinopoli aprirono fondaci per il deposito delle loro
mercanzie e al porto di Palermo portarono
il culto del santo traghettatore del mare tra le due terre dedicandogli
la chiesa fortezza di san Giorgio dei genovesi.
Galee genovesi e pisane, sebbene avessero patenti di corsa per combattere il naviglio degli infedeli, combatterono la guerra di corsa facendo prigionieri musulmani e anche cristiani; tra una scorreria e un nascodiglio alla cappa conobbero lo scaru di s. Giorgi, nella spiaggia della città di Patti.
Prima che cristiani e musulmani si scontrassero in armi nel mare tra le due terre , una tavola di legno su cui Raffaello aveva disegnato San Giorgio e il drago, non più grande di un foglio A4, risaliva il Tamigi assieme al corteo di nobili accompagnati dai loro carriaggi carichi di donativi destinati al re d’Inghilterra Edoardo VII che aveva insignito dell’Ordine della Giarrettiera Guidobaldo signore di Urbino. Era uno dei capolavori del rinascimento che sbarcava sulle scogliere di Dover e risaliva a Londra lungo il Tamigi, quando ancora il nome del divino Raffaello non era approdato come vanto alla corte d’Inghilterra. Ma conosceva bene il valore del giovane artista il mecenate di Urbino e il capolavoro uscito dalle sue mani avrebbe conosciuto le bramosie di re e collezionisti della vecchia Europa nelle cui corti vegliò i sonni di augusti sovrani fino all’ultimo viaggio alla National Gallery di Washintgon acquistato dai collezionisti americani quando i russi a metà degli anni trenta svendevano a suon di dollari il patrimonio artistico dell’Hermitage creato dalla grande Caterina di Pietroburgo.
Il santo incarna l’ideale della cavalleria medievale e ne
indossa l’armatura, abbandonando il rosso del mantello che ne ricordava il
martirio. Sul suo cavallo impennato carica la lancia contro il drago liberando
la principessa che attende soccorso in preghiera, sullo sfondo di un paesaggio
immerso nel verde. Al centro della
composizione campeggia il cavaliere che ostenta il nastro della giarrettiera sulla gamba sinistra, ben
visibile sotto il ginocchio sinistro del santo. Un capolavoro uscito dalle mani
del Raffaello a pochi mesi dalla commessa avuta dal signore di Urbino. E il suo
capolavoro stava tutto in quel dinamismo triangolare
della composizione ai cui vertici si trovano il volto del santo
guerriero, la testa malvagia del drago e la fanciulla serena che prega in
ginocchio…. Colto nel gesto di affondare la lancia nel petto del drago è il
nobile e romantico san Giorgio che, nel lucore dell’armatura d’acciaio, con
il mantello grigio-azzurro che gli si solleva gonfiandosi dalle spalle come
fumo, si erge potente sullo sperone. ( Joanna Pitman)
Davanti a lui il cavallo dagli occhi traboccanti di passione, da sembrare quasi umani che nel bel mezzo dell’azione e del pericolo mostra come un accenno di sorriso..un sorriso d’intesa, particolare che ammaliava duchi re imperatrici e uomini potenti che vollero per sé quel quadro, capolavoro del genio arguto ammiccante concettuale e sicuro di sé del Raffaello. Il motivo della giarrettiera poi non era altro che una brillante mossa di sottile adulazione, destinata al principe committente e al re d’Inghilterra dal giovane artista.
La bramosia d’avere per la propria marca di tonno uno dei dipinti del Raffaello contagiò anche il conte Cumbo Borgia conte di San Giorgio, l’antica tonnara sive mare dove dal tempo dei Martini si pescavano i tonni sotto la protezione del glorioso san Giorgio intercessore di mattanze.
Il conte Antonino Cumbo conte Borgia, autore del piano regolatore di Milazzo, dedicò la sua marca al San Giorgio e il dragone dipinto dal Raffaello, conservato al Louvre di Parigi. Fece i suoi studi e provini questa volta alla Galleria degli Uffizi al Gabinetto dei disegni e delle stampe dove si conservano i due disegni di studio del san Giorgio e il drago. Scartò lo studio del san Giorgio e il drago con la caratteristica giarrettiera sotto il ginocchio della gamba sinistra del cavaliere, escludendo l’intento adulatorio del suo prodotto. Il conte osservò le traccie di puntinatura sul foglio, ed ebbe la conferma che il medesimo venne utilizzato come cartone per il quadro. E a ricordo delle straordinarie mattanze fatte nella sua tonnara dedicò al santo un’icona a piastrelle ispirata al motivo del quadro del Raffaello San Giorgio e il dragone che ancora oggi sul frontone del barcarizzo guarda il mare dove continuano a passare i tonni.
Bibliografia
Fernando Gioia Lonzi, Come riconoscere i Santi, Jaca Boock 2002
Dante Balboni, San Giorgio martire, Roma 1966
K. Michalowski, L’arte nell’antico Egitto, Garzanti, 1990
L. Garlaschelli, Leggende di draghi in Toscana, La Stampa,19/12/2002
Joanna Pitman, Sulle tracce del drago, Longanesi, 2008

San
Giorgio chioggiotto ( Anonimo)
Dipinto
proveniente da un magazzino del sale in Chioggia. L’autore su legno d’olmo
nero stende come base una mano di gesso di Bologna e colla di coniglio per
dargli presa. Lo studio di preparazione avviene mediante lo spolvero sul gesso,
direttamente con un punteruolo col quale viene incisa la superficie sagomando i
contorni delle figure. Il fondo
viene dipinto a base di bianco titanio miscelato a giallo di cadmio, resi
brillanti da traccie di gommagutta. In seguito ha campito con pigmenti macinati
ad olio e finiti con velature trasparenti brune le figure e il paesaggio
volutamente veneziano con i gechi alla parete: terra rossa di Venezia, nero
d’avorio, bleu cyan, lacca di garanza e lacca gialla, misti a terra di Siena
bruciata e terra d’ombra naturale.
L’opera
è stata completata con velature di gommagutta che crea giochi di trasparenze
sulle figure.
La
forma tecnica è quella dell’icona, figura a encausto su tavola di legno con
imprimitura di gesso, tecnicamente e stilisticamente vicina alle icone cristiane
più antiche ( IV sc) Stile innotativo severo e ben delineato che esalta
soprattutto gli occhi, ma tutta la ritrattistica è frontale. I riferimenti sono
al simbolismo dell’arte bizantina. Ieratica la figura del San Giorgio che
campeggia su colori forti come il rosso del suo mantello, simbolo del martirio.
Manca
nella scena l’attributo della principessa, gli attributi
del cavallo bianco e del drago obbediscono a canoni compositivi comuni
all’area orientale copto-egizia, bizantina, dove la leggenda
della principessa liberata dal drago ad opera
del cavaliere che cavalca il cavallo bianco si diffuse insieme al culto.
Il
cavaliere Giorgio raffigurato nell’atto di trafiggere
il drago tra le zampe del cavallo,
scenograficamente è vicino al Dio Horus in atto di trafiggere un coccodrillo
tra le zampe del cavallo. Nella demonologia orientale sia il drago che il
coccodrillo, quest’ultimo simbolo del dio egizio Set, sono potenti simboli del
male e della negatività. Scenografie entrambe fiorite nella vallata del Nilo.
(
in L’arte nell’antico Egitto,di Kazimierz Michalowski, Garzanti, 1990 fig
718, pg 431)
La
scena del bassorilievo esposto al Louvre raffigura il dio egiziano Horus a
cavallo, in uniforme romana, che con una lunga lancia uccide un coccodrillo tra
le zampe del cavallo.Il dio Horus nella religione egizia era il dio del cielo i
cui occhi erano il sole e la luna, simboleggiato da un falco; il coccodrillo
simboleggiava invece il dio delle forze negative.
Secondo l’archeologo Charles-Simon Clermont-Ganneau(1846-1923) si tratta di un bassorilievo di arte copta del VI sc raffigurante il dio egiziano Horus, cavaliere dalla testa di falco che uccide il coccodrillo, simbolo di Set, dio del male. Tolta la testa di falco è l’esatta rappresentazione della leggenda di San Giorgio, che fiorita in Oriente al tempo delle crociate ebbe in quell’area la sua gestazione, l’antenato di quell’archetipo occidentale che, con le tante variazioni sul tema ( draghi alati che sputano fuoco, il lago al posto del fiume o della selva pericolosa, il cavallo bianco, la fanciulla predestinata vittima strappata alle fauci del drago) continua a simboleggiare l’eterna lotta tra il bene e il male, tra il cristianesimo e il paganesimo. Scene analoghe a quella rappresentata nella stele del Louvre sono comuni nell’area copto-egizia ed è possibile a questo punto parlare di genealogia che le apparenta, il che è già di per sè favoloso e affascinante, quanto la leggenda di San Giorgio.
San
Giorgio fa parte della tradizione religiosa etiope il suo culto giunse in
Etiopia attraverso l'Egitto. E' il leggendario fondatore dell'impero Angabo,
padre della regina di Saba e uccisore di draghi.
L´immagine si
ispira sempre alla leggenda
di San Giorgio che sconfigge il drago. Il patrono dell´Etiopia
cavalca un cavallo bianco, e per volontá di Dio, libera dal drago una
Vergine di nome Beruktawit figlia del re di Beirut.
Il
linguaggio figurativo della tavola aderisce allo stile copto , nella sua
naturalezza, ingenuo e infantile, con le sue figure rigide e bidimensionali
dagli occhi grandi e attoniti e testa anch’essa
dilatata. Primeggiano i motivi ornamentali. I santi hanno il volto bianco o
rosa, il drago, il diavolo, è nero. I buoni, il San Giorgio e la regina, si
presentano di fronte con occhi grandi e sgranati, il drago è preso di profilo.
E’ una tecnica orientale nuova, ma lo spirito del simbolismo è bizantino.
Come tecnica figurativa è vicino al San Giorgio chioggiotto, stesso simbolismo
figurativo espresso dalla frontalità e dal tratto degli occhi dilatati.
Il
cromatismo vivace è di tipo popolare, in questo caso la tinta prevalente è
quella del giallo degli sfondi.

Icona
russa XIX secolo, Russia centrale, 53,7 x 44
Nel
titolo dell’icona, in alto, si legge : “Santo megalomartire Giorgio il
Vittorioso”. La tecnica è quella
dello stampaggio su fondo d’oro. Ai bordi fregi smaltati che impreziosiscono la
cornice dorata. San Giorgio è uno dei santi più popolari dell’iconografia
russa e la sua devozione era particolarmente sentita a Novgorod e nelle regioni
settentrionali, prevalentemente agricole La scena è sempre quella allegorica
della vittoria del bene sul male.
In primo piano la scena del combattimento che raffigura San Giorgio su
un cavallo bianco che al galoppo colpisce il drago con una lancia. Ricca la
simbologia del martirio del santo: il mantello rosso
simbolo del sangue versato e la corona del martirio che l’ angelo in
volo pone sul capo del cavaliere.
Il drago ha la testa rossa e sulla coda un pungiglione dello stesso colore,
i colori del fuoco a cui è associata l’immagine del drago e dello
scorpione. In alto, nella lunetta il Cristo benedicente e nel torrione il Re e
la Regina che assistono all’epilogo della battaglia che vede sconfitto il
nemico della fede
cristiana e salva la Principessa.
Novgorod, chiesa di San Giorgio, diaconicon
La
chiesa dedicata a San Giorgio per ricordare la vittoria sugli svedesi, nella
parete del diaconicon,è affrescata con il Miracolo di San Giorgio e
il drago “ che ci si presenta nella classica iconografia con l’animale
tenuto al guinzaglio dalla principessa”. Gli affreschi hanno un carattere
grafico, affidati a linee agili e a lumeggiature di bianco che “ delineano sia
elementi di ampio respiro come lo sfondo roccioso nella scena di San Giorgio
e il drago, sia superfici ridotte come gli abiti e i volti, nei quali è
raggiunto il massimo effetto visivo con la riuscita commistione tra queste
lumeggiature e l’antitetico gioco dei chiaro scuri.” (
La storia dell’arte, pg.552, vol. 8, La biblioteca di repubblica)
Il
drago tenuto al guinzaglio dalla principessa è un attributo inusuale. Sta a
significare la sottomissione del male al bene, del paganesimo al cristianesimo. Più tardi, intorno al 1435, sarà Pisanello a
riprendere il tema per l’affresco nella chiesa veronese di Sant’Anastasia.
Altrettanto Paolo Uccello nella tavola
con san Giorgio e il drago
della National Gallery di Londra che risale al 1455 circa.
Altro attributo inusuale è quello principale del drago, più vicino a modelli copto-orientali dell’area del Nilo.

Evangeliario Miniatura
Testo in scrittura gotica rotunda
La miniatura è una prerogativa degli scriptoria monastici che lavoravano su committenza di nobili, clero e commercianti
facoltosi che poi facevano dono di manoscritti e codici alla Chiesa. Si tratta
dell’arte del minio, del cinabro, chiamata anche alluminatura, che consisteva
nello spalmare le lacche di allume di rocca che illuminavano la pagina
evidenziandola rispetto al testo con l’impiego di colori e della foglia
d’oro. Per lo più si tratta di evengeliari, bibbie e omelie e anche libri di
devozione come quello della Biblioteca civica di Verona.
A partire dal XII sc viene introdotta una scrittura rotonda e minuta, ma
chiara e leggibile. L’incipit della pagina è arricchito di lettere ornate,
segue il testo e all’interno e ai margini i dipinti che si rifanno a scene di
miracoli come nella leggenda di san Giorgio. I tratti di figure, lettere e
composizione sono d’ocra rossa.
Numerose sono le miniature
sia dei messali orientali sia dei Libri d'Ore e Breviari occidentali, come
quella del Libro d'Ore del maresciallo di Boucicault (Museo Jacquemart-André di
Parigi, sec. XIV) e quella del Breviaro del Duca di Bedford (Parigi, Gal. Naz.).
La miniatura riassume tutti gli elementi
della leggenda: Giorgio a cavallo contro il drago, la fanciulla in
pericolo, il popolo affacciato alle torri della città che attende l'esito della
prova. Elementi presenti anche nella icona della scuola di Novgorod del XVI sc.
Solo che nella icona russa non si
trova la croce rossa in campo bianco.
Il Codice miniato della Biblioteca civica di Verona, manoscritto 1853,
risalente alla seconda metà del XIII secolo, di recente è stato pubblicato
dall’editore Il Bulino col titolo “Preghiera alla Vergine con le leggende
di San Giorgio e santa Margherita.” L’importanza artistica del manoscritto
è dovuta all’eccezionale ciclo delle 78 miniature che illustrano le leggende
di San Giorgio e di Santa Margherita.
Cinquantacinque
miniature sono dedicate alla leggenda di San Giorgio. L’ultima
riguarda san Giorgio a cavallo che trafigge con la
lancia il drago, tenuto al guinzaglio dalla principessa. Il manoscritto
acquisito nel 1881 dalla Biblioteca civica, faceva parte della dote
spirituale con la quale una giovane
nobile veronese
era entrata nel convento di santa Maria delle Vergini per seguire la sua
vocazione monastica di clarissa.
San Giorgio trafigge il drago, affresco del prospetto principale del
palazzo San Giorgio di Genova.Nello scudo la croce rossa in campo bianco, stemma
della Repubblica marinara genovese.
Palazzo
San Giorgio o Palazzo delle Compere di San Giorgio è un esempio di architettura
medievale che domina la scena del porto, costruito nel 1260, fu la sede
originaria del Banco di San Giorgio. I genovesi alle crociate importarono il
culto dall’Oriente dai tempi della battaglia di Antiochia
del 1089. Da assedianti i crociati cristiani divennero assediati dentro
le mura della città I cavalieri inglesi vennero soccorsi dai genovesi ai quali
il santo si mostrò accompagnato da
schiere di angeli che reggevano le
famose bandiere in cui campeggiavano le croci rosse in campo bianco.

San
Giorgio e il dragone,1504 Olio su tavola 31x27 cm
Museo del Louvre Parigi

Studio su carta bianca cm.26,5x26,7 Galleria Uffizi Gabinetto Disegni e stampe Firenze
Al
periodo fiorentino del Raffaello, trasferitosi a Firenze nel 1504 nella bottega del
Perugino, appartengono i due soggetti di San Giorgio e il drago. Di entrambi gli
oli su tavola si conservano i disegni degli studi preparatori
su carta bianca conservati presso la Galleria degli Uffizi Gabinetto
disegni e stampe. La prima versione appartenne
al cardinale Ascanio Sforza e dopo essere passato di proprietà al cardinale
Mazzarino entrò nella collezione di re Luigi XIV di Francia e quindi al Louvre.
Il disegno di studio in penna conserva ancora
tracce di puntinatura a conferma
che il foglio venne utilizzato come cartone per il quadro. Le figure infatti sia
nel foglio di studio che nel quadro hanno le stesse dimensioni. Il drago è
trafitto al collo da uno spezzone di lancia, nel dipinto compaiono tre spezzoni
di lancia, scompaiono i particolari macabri del teschio e di ossa umane che
ricordano i resti di vittime del drago e compare una principessa implorante e
impaurita al centro di un paesaggio
verdeggiante che ricorda la variante del bosco.

Raffaello,
San Giorgio e il dragone 1506. Olio
su tavola, 28.5 x 21.5 cm
National
Gallery Washington

Studio su carta bianca cm 26,2x21,4 Galleria degli Uffizi, Firenze.
L’altro è lo studio del
san Giorgio e il drago con la caratteristica giarrettiera sotto il ginocchio
della gamba sinistra del cavaliere, commissionatogli dal conte Guidobaldo di
Urbino nel 1504 quale omaggio da inviare al re d’Inghilterra Edoardo VII che
l’aveva insignito dell’Ordine della Giarrettiera. Questo quadro ha
conosciuto le bramosie di re e collezionisti della vecchia Europa e attualmente
trovasi alla National Gallery di Washintgon acquistato dai collezionisti
americani quando i russi a metà degli anni trenta svendevano a suon di dollari
il patrimonio artistico creato dalla grande Caterina di Pietroburgo. Il santo
incarna l’ideale della cavalleria medievale e ne indossa l’armatura,
abbandonando il rosso del mantello che ne ricordava il martirio,diventa il
simbolo della cavalleria medievale che
con i suoi cavalieri porta soccorso ai più deboli. Sul suo cavallo impennato
carica la lancia contro il drago liberando la principessa che attende soccorso
in preghiera, sullo sfondo di un paesaggio immerso nel verde. Al centro
della composizione campeggia il cavaliere che ostenta
il nastro della giarrettiera sulla gamba sinistra.
Il motivo della giarrettiera è presente anche nel disegno che presenta
tracce di penna e matita nera e contorni puntinati a conferma che anche questo
disegno fu trasferito sulla tavola, con delle varianti finali rispetto allo
studio.
Retablo
di Nino Sciacca, olio 1988
Particolare
del retablo diviso in sei sezioni, dallo spagnolo è “ conjunto de
figuras que representan la serie de una historia
ò suceso”, insieme di figure che
rappresentano la sequenza di una storia o di quanto successo,esattamente la
storia della mattanza e del luogo dove avveniva, il golfo di Patti con in primo
piano il monte Giove visto dal versante del Tindari. Il san Giorgio domina la
scena centrale ed è rappresentato
come il Matatonno,il santo
intercessore di grandi mattanze.

Sito:Santi
beati e testimoni. http://santiebeati.it, archivio ricco di immaginette e di
immagini di opere d’arte ma privo
di schede tecniche e di indicazioni sugli
autori e sui luoghi museali.
Marco Fintina -Estate '99. San Giorgio
Appena uscito dal forno, Dopo un anno passato da crudo il mio S. Giorgio è
al nostro vaglio.
www.marcofintina.com
Interpretazione plastica e moderna della leggenda aurea che vede il drago disunirsi nel suo vano attacco e scivolare perdendo presa e potenza a fronte della corazza del giovane cavaliere atleticamente ieratico che si erge a protezione della civiltà e della sua gioventù.
Bruno
Caruso, Il drago uccide San Giorgio ( china 1984/85)
Nella china ricorrono elementi per lo studio di San Giorgio e il drago del Raffaello come il teschio e tibia e i tre spezzoni di lancia presenti nel dipinto del Louvre.
La
simbologia del soggetto è in controtendenza con l’iconografia
ufficiale. Il mito ufficiale del San Giorgio che abbatte il drago,
simbolo della lotta tra il bene e il male, qui viene rovesciato e il suo
rovesciamento induce a una riflessione sulla regressione storica. Il drago
abbatte San Giorgio, la lotta tra il bene e il male vede il sopravvento di
quest’ultimo. Il soggetto a china illustra la copertina del libro di Alibrandi
“ La testa del dragone” dove si racconta dei tonnaroti di S. Giorgio
inghiottiti dalla testa del dragone, un borgo marinaro il cui ricordo viene
inghiottito dal cemento e diventa
uno dei tanti luoghi balneari
anonimi d’Italia.
La
china del Caruso vuole fornire al lettore una chiave di lettura all’incontrario,
di polemica sociale che lo scrittore annuncia
nella narrazione della tredicesima trancia del libro : “ Sopra l’apologo di
Giorgio il Cavaliere che taglia la testa al dragone: muore un conte e nasce un
padrone.”
Giuseppe Alibrandi