del 2-2-2005

Sollecitato da circa un mese dal Webmasterper scrivere un pezzo sul Carnevale e non sapendo cosa scrivere perché non volevo scrivere perché non ci sarò e quindi morirò d’invidia come tanti altri mi sono inventato qualcosa che nasce come gioco e fatto goliardico ma che a ben pensarci potrebbe stimolare qualche ulteriore ricerca perché riflettendo e puntando sull’innato senso gioioso dei giojosani di tutti i tempi ardisco avanzare una teoria che ho qualche giorno fa testato proprio qui a Guardia e che potrebbe rappresentare un’esposizione avanguardista di un sentire giojosano che potrebbe nel tempo essersi mutato in quella che divenne prima la Racchia e poi inondò lo spirito del Carnevale stesso ed allo stesso tempo far riflettere su alcune scellerate scelte amministrative vittime di una pianta organica che sconosce le esigenze vere del paese e le sue priorità    

Nel 1537, Monsignor Albertin, Vescovo di Patti e Barone della Terra di Gioiosa Guardia emanò un Sinodo che conteneva un particolare richiamo per i giojosani. Il Sinodo proibiva la diffusissima pratica del Vischicchio (Vischicchius), noto altrove anche come Episcopello (Episcopellus).

 

Si trattava di una manifestazione parodistica, apparentemente assai diffusa solo nella Terra di Giojosa Guardia e non nelle restanti terre pertinenza del Vescovo di Patti, ovvero Sorrentini, Librizzi, Montagnareale e metà del territorio del Santissimo Salvatore, oggi San Salvatore di Fitalia.

 

La pratica voleva prendere in giro il Vescovo. I giojosani vestivano un bambino con abiti simili a quelli del prelato ed il bambino andava in gito per le vie di Guardia. Ma il bambino non solo si vestiva come il Vescovo ma rispondeva in sua vece, apparentemente in satira, anche alle domande della gente.

  Poniamo l’evento nel giusto contesto.

  Giojosa Guardia era allora in costante lotta contro il Vescovo di Patti, che ne era il feudatario. E nel tentativo di affrancarsi più volte venne scomunicata e più volte le sue genti si ribellarono contro gli armigeri del Vescovo. Il prelato, d'altronde, non aveva alcun potere politico o militare su Patti, che era città demaniale e che del Vescovo poteva anche non tener conto; ma, non i giojosani, che del Vescovo erano letteralmente proprietà. Orbene, la pratica aveva quindi un senso a Guardia e non avrebbe di concerto avuto alcun senso a Patti (dove si sarebbe evidentemente dovuto dileggiare, o meglio sfottere, il Viceré, o meglio, il Re).

  Fatto sta che i giojosani dovettero interrompere la pratica perché il Sinodo, quale atto amministrativo, era un ordine assoluto, non un precetto religioso. Era quindi un ordine del proprietario della Terra, o meglio delle sue genti e dei suoi armenti e della sua legna e delle acque dei suoi fiumi, insomma di tutto quanto era sulle sue terre emerse e di parte di quanto era in quelle sommerse. Eppure la pratica era dapprima consentita.

 

Non sappiamo se la pratica, prima evidentemente tollerata, degenerò col tempo costringendo il Vescovo a vietarla: ovvero, se il divieto seguì eventi particolari di quegli anni, dato oltretutto che lo stesso Sinodo vietò anche tante altre cose e dovette rispondere a varie richieste del clero locale. Fatto sta che la pratica fino ad allora c’era e poi scomparve, ma questo è marginale per l’economia di quanto voglio dire.

 

Quello che conta è che i giojosani avevano sviluppato un modello ironico per rispondere alle vessazioni ed ai soprusi del Vescovo Barone, feudatario della terra. Avevano insomma stabilito una forma di ironia antropologica che in una rappresentazione parodistica manifestava una forma di resistenza che poteva vivere proprio in quanto camuffata dalla satira, e che era ancora più arguta e pungente in quanto satira di innocente, ovvero di bambino. Ma anche questo porterebbe lontano. Torniamo invece a noi ed ai collegamenti con oggi.

 

Io credo che quella sorta di resistenza si sia col tempo materializzata anche nella Racchia. Una resistenza che nella stessa traditio orale non è mai scomparsa verso il clero pattese. Una resistenza che due secoli fa era emersa nella battaglia di Sorrentini ed a metà del secolo passato risorse quale moto spontaneo di nuova resistenza proprio dalla zona più povera di Gioiosa, dalla marina, e poi toccò la collina e le sue genti.

 

Insomma, quell’orchestrina diventò un modo per diffondere una protesta che si celava sotto una maschera al suono di un’orchestra anomala in forma goliardica. Intendo dire che si possono leggere dei modelli di risposta alle sofferenze ed alle miserie di una vita grama qual’era quella della Gioiosa di cinquantacinque anni fa. Non era inoltre una manifestazione orchestrata e strutturata dalla borghesia giojosana o dai civili d’allora, erano i poveri della marina che invece la nutrivano. Ed in un simbolico incontro, che sorprendentemente ricorda l’annuale sposalizio celebrato dal nostro santo protettore sul torrente Zappardino quando benedice il mare e quella porzione di Guardia che da lì si vede, i poveri Cristi delle colline ed i pescatori di minajte e sciabiche di Tono si incontravano. Ancor di più, mangiavano financo insieme perché i contadini scendevano salsicce e ricotte e quant’altro iniziando anche un rituale che si è riprodotto nei decenni in un carro in maschera che sempre uguale ogni Carnevale persevera nell’odorare di carne arrosto e vino.

 

C’è qualcos’altro. Ironia del caso, ma il caso ed i corsi della storia non sono mai tali per caso, e specie in un paese come il nostro che ebbe la sfortuna di conoscere tante diaspore, chi oggi rappresenta la Racchia, il Maestro Giuseppe Sidoti, impersona la figura del maestro Zampino, primo capobanda di quell’orchestrina e prima maschera giojosana, il Murgo. E lo fa segnatamente per un aspetto che mi piace enfatizzare.

 

Non solo il dato estetico, la figura longilinea e la discriminante, indubbiamente importante, di saper suonare il violino, ma qualcosa di più. Il Maestro Sidoti ha un animo battagliero ed è inoltre assai sensibile e, direi, nella sua musica sanguigno, voglio dire che è portato anche alla lotta ed usa sovente la musica come strumento. Quella stessa musica che è stata da sempre mezzo di espressione e strumento di mobilitazione sociale.

 

Ovviamente oggi non ci sono più quelle esigenze, sono cambiate le vocazioni economiche ed il paese non ha più gelseti. Ma una cosa mi si consenta, la goliardia e l’estro dei gioiosani, che si magnifica appunto nei giorni di Carnevale, potrebbe avere una radice storica che si palesa in quello spirito costante ed imperituro. Ovviamente questa considerazione non ha dignità accademica, ma sfido chiunque a contestarla. Vedo insomma una sequela, un modo di dire e fare ed un attesa che non è mai mutata nemmeno con l’avvento di tanti Carnevali viciniori più ricchi.  

  Ah, implicazioni per i politici.

  Io direi semplicemente di puntare sulla Racchia ancorché sul Carnevale, cioè continuare a farlo ma in maniera programmatica. Indubbiamente, la gente ed io per primo vogliamo ballare e vogliamo vestirci in maschera, ed è giusto che si investa in questo. Eppure io credo che sia giunto il tempo di scaricare la Maschera d’Argento.

  Non è nella nostra tradizione, non è nulla di storico o che si possa legare al territorio. E’ la semplice proposizione di modelli adottati per ogni dove che forse sfidano il concetto di municipalità chiusa ed aprono le porte ad un ottica consortile, ma che non mi pare portino nulla di nuovo. E come se non bastasse non funzionano nemmeno perché non reggono l’impatto territoriale, intendo la sostenibilità, per essere a noi semplicemente alieni. Che voglio dire. Intendo dire che Gioiosa funziona ed ha sempre funzionato quando ha proposto prodotti alternativi e nuovi, così ci fu il tempo dei prodotti di lusso nei negozi, il tempo dello Chalet a mare, il tempo della prima pizza al taglio nella zona dei Nebrodi al bar Las Vegas, il tempo della Marea e poi della Grotta e quindi del primo Villaggio turistico a Calavà.

  Ma poi tutto questo si diffuse ovunque, e nacquero villaggi e lidi e negozi ben più ricchi per ogni dove, tant’è che gli stessi giojosani li preferirono ai propri. Ora, siccome gli altri si sono evidentemente saputi organizzare meglio, io credo sia meglio ritornare a quello spirito di resistenza che fu di quei gioiosani e che fu del Vischicchio e poi della Racchia o del Murgo: dove era pure la sua unicità, ovvero la loro forza.

  La Racchia ed ancor più il Murgo, che è l’unica maschera della zona, sono patrimoni che non siamo ancora riusciti a sfruttare. Un patrimonio che sfruttando anche la figura del Maestro Sidoti potrebbe realmente fare decollare l’evento. Parlo di una campagna propagandistica ben articolata. Il che vuol dire che il Comune deve semplicemente trovare 1'000 euro per pagare l’albergo ad un cameraman ed ad un giornalista di Raitre ed ospitarli per quel giorno.

 

Sarebbero soldi spesi bene.  

  Un passaggio sulla Racchia e sul Murgo, il Maestro Sidoti che invade lo schermo, la banda sgangherata che suona per le vie, la salsiccia ed il vino, a mio avviso, farebbero un gran successo. Ma al solito in questo paese manca qualcosa.

 

Sì, a Gioiosa Marea da qualche decennio manca una figura che gestisce a livello non politico ma amministrativo l’evento. La politica non basta, ci sono idee buone che vanno oltre la politica e forse non c’è nemmeno bisogno di fare scelte politiche che si possano considerare tali, ci vogliono solo idee nuove. Idee che non devono infrangersi nell’ignoranza di alcuni.

 

Insomma ci vuole una chiara presa di coscienza su quelle che sono le priorità municipali e quindi adattare o eventualmente riadattare l’organico di cui si dispone a queste scelte. Dico meglio, se il paese è decaduto turisticamente negli ultimi decenni avanzando solo di presenze che restano chiuse nei villaggi turistici è evidente che gli uffici municipali di competenza non sono stati all’altezza di reggere il passo dei tempi. Quindi, o si continua a fare finta di non vedere e si persevera e si assiste al completo tracollo, o viceversa si investe.

 

Vedano i responsabili se l’investimento deve essere in termini di capitale umano nuovo o in termini di formazione o in termini di spostamenti o in altro. E soprattutto che si smetta di dire sempre che il crollo del turismo a Gioiosa centro è da imputare alle congiunture economiche o a scelte politiche sbagliate. Io congiunture economiche non ne conosco che funzionano a macchie e lasciano enclave scoperte e sono pure sicuro che il boom turistico c’era quando era sindaco Cusmà e che lo stesso fu sindaco anche durante il tracollo. Quindi non si può sempre dire che tutto dipende da questo o da quel politico. Non è vero. Non ci credo più. Altri gestiscono ed è appunto altrove che sono da ricercare i problemi: ed è proprio in questo che Gioiosa è copia speculare della Sicilia.

 

Comunque, siccome conosco i miei polli e le mie galline e conosco ancor meglio la loro aia, chiarisco che non voglio dire che ci sono ingerenze di dipendenti nelle scelte dei politici, e che se qualcosa lo ha fatto pensare è da ritenersi esternazione puramente allegorica e che lo spunto viene da un paese dell’Umbria, dove lo status quo ha avuto una forza distruttrice incredibile semplicemente perché sovente si viveva alienati e si sconoscevano realtà che attorno a loro (intendo sempre il centro umbro) mutavano continuamente e restavano incognite a dipendenti che non uscivano mai dal recinto ed ancor peggio credevano il suo reticolato la fine delle terre emerse.

 

Vinciguerra d’Aragona

Capitano d’Arme