Per festeggiare i 150 anni dall'Unità d'Italia ritorna - dopo un lungo isolamento a Gioiosa Guardia - il Capitano d'Arme Vinciguerra d'Aragona, con uno spaccato della nostra Gioiosa nel 1860
La storia dell'unità d'Italia è passata anche da Gioiosa Marea
[…] Ma un altro sommovimento aveva a colpir l’Isola: l’avvento dei Savoia, ovvero l’impresa dei Mille. Orbene, par che sia stata la banda municipale giojosana a marciar per prima e "con fiero ardimento coll’invitto Garibaldi quando", scrive Forzano, "pugnò vittoriosamente contro le armi nemiche nei paraggi di Milazzo". Ma non fu da meno la stessa popolazione, che a detta di Gaetani, per il passaggio delle truppe garibaldine fece "a gara per ospitarli [e] non pochi ufficiali furono ospitati da famiglie benestanti". Tant’è che l’anno dopo, per mantenere l’ordine pubblico, s’istituì a Gioiosa una Guardia nazionale volontaria, ovvero una compagnia comandata da tre ufficiali che presto raggiunse circa 130 aderenti "dei quali molti avevano divisa, fucili e cappotti d’inverno".

Di quegli anni restano tracce in contrada Calavà, a monte dell’attuale statale, ov’è un muro di contenimento lungo circa 12 metri ed alto, per la parte emersa, circa 2 metri. La traditio lo ricorda come il Muro di Garibaldi, per avere incisi numerosi graffiti con scritte inneggianti alla Sicilia che "trionfa, gode e canta e balla", nonché la più volte ripetuta data del 1860.

Un recente studio sulle scritte del Muro e sull’autore
(Giuseppe Molica Lazzaro), condotta attraverso l’analisi di vari scritti
anagrafici negli archivi giojosani, ha individuato l’unico compatibile in
Giuseppe Molica Lazzaro, che fortuna volle si firmasse nei libri matrimoniali
dello stato civile.
La Giojosa del 1860 vedeva come sindaco il d.r Francesco
Forzano, la nascita di 112 bambini, 39 matrimoni e 57 morti (sepolti ancora in
chiesa). Mons. Orsino aveva cresimato alla Catena nel 1857, erano attive la
confratrìa di San Francesco (operante nell’omonima chiesa), l’Opera del
Bambin Gesù (in Santa Maria delle Grazie), la congrega dell’Oratorio
filippino, l’Opera del Nome di Gesù. I lavori più consistenti furono per il
collegio, il 15 agosto la banda suonò per undici onze, si spararono 1450
mortaretti a 2 tarì e 5 grani l’uno, ed un tarì e 7 grani si regalarono all’
"artificiere che si ferì"; a fine festa si dovette pure aggiustare la
prospettiva del collegio rovinatasi la sera di Ferragosto, per disarmare la
Fiera si spesero 26 tarì e dei gelati si offrirono ai 21 membri della banda. Il
procuratore di Santa Maria comprò ben 4 rotoli d’olio per illuminare la
prospettiva di chiesa e collegio il 14 ed il 15 agosto. S’ha memoria d’almeno
tre eventi mondani: il Sabato dei Galantuomini, quello dei Mastri ed il Venerdì
delle Signore. Il Duca di Ossada non offrì tonno, e s’ebbe cattivo tempo d’inverno,
tanto che riposta la terra per costruire la secca dietro santa Maria, la si
dovette spostare di notte per l’acque impetuose onde "dargli libero
corso". Ed infine l’estate garibaldina fu calda, tant’è che s’ebbe a
portare acqua dal Pozzo della Marina e dal vallone di Casini, perché mancò
quella della fontana del Centro.

Annessa l’Isola al nuovo regno, par che a Giojosa "le persone più ragguardevoli pensarono di riunirsi la sera in un locale adatto per leggere, conversare e giocare". Fatta nel 1861 domanda al sindaco Ignazio Natoli Macrì per avere il terreno, questi acconsentì cedendolo gratuitamente, con l’obbligo però "che il tetto o soffitto dovesse servire in seguito per costruire una nuova casa comunale". Finito l’edificio, ed essendosi da poco conquistata Roma, lo si volle nomare Roma Redenta; l’atto di fondazione si rogò nel 1865.


(tratto da Marcello Mollica, Gioiosa Marea. Dal Monte di Guardia a Ciappe di Tono e San Giorgio. Armando Siciliano Editore. Messina. 2003, pp. 216-220.)