La morte del Clochard e la comunità gioiosana

Non voglio che mi si accusi di cinismo, ma la morte di quel povero Cristo di Clochard mi porta a fare dure considerazioni. È solo pragmatismo, dettato anche dal fatto che non sono a Gioiosa.

La morte del Clochard ha generato una forte reazione della comunità gioiosana.   È normale che la morte porti alla compartecipazione; e che la sofferenza si allarghi alla comunità estesa. Questa è ancor più viva quando la morte è violenta (e fanno testo per questo i conflitti).   La comunità si identifica nella sofferenza ed empatizza con i familiari del defunto. E se la morte è drammatica l’effetto è ancor più grande, fino a crescere a dismisura quando si tratta di sangue innocente.   Gioiosa è stata fortemente scossa dalla morte del Clochard. Ha metabolizzato il lutto incorporandolo, fagocitando il morto.    Identificandosi insomma nella sua tragedia.

 

Questa è la morte d’altronde.   La morte non concede, per sua natura, alternative.  Non ci sono vie d’uscita.   E se la morte è drammatica lascia nell’immaginario collettivo segni indelebili, laceranti.   Quali sono appunto quelli della vista di un corpo insanguinato, disarticolato per la terribile caduta sugli scogli sotto Capo Skino.   Il sangue rende la morte terribile. Il corpo distorto rende visibile la fragilità umana di fronte alla natura. Non ci sono mediazioni, la morte è semplicemente la fine, e la sua visione fa male.    Questo vale anche per la sofferenza. Anche se la sofferenza ha un limite oltre il quale non si può andare. Con la morte invece la sofferenza raggiunge il suo apice, e paradossalmente anche la sua fine.

La comunità aveva conosciuto la sofferenza per i disagi che la strada alternativa aveva causato.   In termini economici, mi è stato riferito, che il consumo di benzina calcolato per i tornanti della via alternativa era quattro volte superiore quello della Strada Statale. A ciò bisogna aggiungere l’angoscia di una strada impervia. Ed ancor più la costante paura che se a qualcuno veniva un infarto quei 10 minuti in più che si perdono per la strada alternativa potevano costare una vita.   Ma era sofferenza diluita, stordita nella percezione della paura – chiamiamolo rischio se vogliamo - con cui si era iniziati a convivere.

 

Sino a che non è arrivata la morte.    La morte è entrata nelle case di tutti dalla porta principale. E si è materializzato così l’incubo che da anni si attendeva. Perché la morte, o meglio quella morte, era fondamentalmente attesa.    Una frase comune era: ‘Se non c’è il morto nessuno farà nulla’. Come se il morto servisse a sedare le disfunzioni; come se veramente si dovesse accettare l’idea che solo quando l’irreparabile accade è tempo di intervenire.   C’è un vecchio detto siciliano che recita: ‘U' mortu 'nsigna a chianciri’.   Perché solo colui che ha conosciuto la morte di un caro ha conosciuto quel tipo di pianto che spezza il cuore.

 

Ma qui c’è la cosa più paradossale, qualcosa che rasenta il grottesco: l’identità del morto.   Un numero incredibile di pellegrini ha attraversato quel tratto di strada nei giorni dedicati al pellegrinaggio al Santuario della Madonna del Tindari; e tutti sappiamo che per anni i ciclisti sono continuati a passare a dispetto di ogni divieto.    
Pellegrini e ciclisti avevano sicuramente un nome. E Grazie a Dio non è caduto nessuno di loro in quel baratro infernale.

 

Ci è invece caduto un povero Cristo senza nome, di cui si sconosce l’identità. Come si chiamava e dove viveva quest’uomo dell’apparente età di 45 anni? Dove andava? Cosa faceva? Aveva famiglia o dei figli che lo potranno piangere? Insomma, chi era? Non sappiamo assolutamente niente.   Inghiottito e sfracellato sotto gli scogli di Capo Skino. In una morte anonima che tocca la notorietà perché la comunità aveva per anni gridato di quel pericolo.  Così l’anonimo diventa noto a tutti, diventando oggetto di attenzione anche per la stampa nazionale.   L’anonimo trasformato in celebrità.   Il povero Cristo, sono sicuro, a tanta notorietà di certo non aspirava. E ne avrebbe fatto volentieri a meno.

 

E come se non bastasse, in una delle interviste rilasciate dal Sindaco di Gioiosa si diceva che la morte è colpa della burocrazia. Cioè la pubblica amministrazione, ovvero le sue storture. Accetto l’analisi.    Accetto anche che i Sindaci di Gioiosa e Piraino hanno fatto quanto era in loro potere; accetto che lo stesso abbiano fatto i consiglieri comunali e quelli provinciali; così come i comitati spontanei e quelli più articolati; e accetto pure che i referenti locali dei rappresentati regionali e nazionali si siano attivati.   Ma difatti, in verità, rispettando i parametri della legge, agendo nei limiti della legge, non si è mai ottenuto nulla.   I finanziamenti, gli appalti e i lavori hanno seguito i loro corsi incuranti di proteste, solleciti e financo della politica.   Ma resta questa grande responsabile che va sotto il nome di burocrazia.

In sostanza abbiamo una vittima: un poverino che è morto sotto Capo Skino franando sugli scogli; ed abbiamo un carnefice: la burocrazia che lo ha spinto su quegli scogli lasciandolo poi franare.   Il paradosso è che entrambi non hanno nome.   Alla burocrazia non titolerei nulla; ma a quel povero Cristo - che sarà sicuramente volato in cielo e la cui anima splende su Gioiosa - bisogna titolare qualcosa (come evidenziava qualche intervistato in questi giorni).   Perché la vita di ognuno ha valore uguale e non ci sono vite che valgono più o meno di altre.

A questo dovremmo pensare quando invochiamo i valori cristiani: altrimenti inutile parlare di Crocifissi nelle aule pubbliche.    E quando penso ad una vita, sono fermamente convinto che una vita vale più del più bel monumento, della cosa più bella che ci è mai capitato di vedere.   Perché una vita è una vita.   A questo povero Cristo Gioiosa deve dare quanto ha di meglio, deve trasformarlo in uno dei suoi figli più belli.   Se così non fosse sarebbe veramente grave.

Vinciguerra d’Aragona
Capitano d’Arme