L'angolo di ...Vinciguerra

Vinciguerra contro tutti

del 11-11-2004

Il Monumento ai Caduti e le inveterate pecche della politica latitante

Ho assistito dal mio palazzo di Guardia - a cui, ricordo a chi di competenza, è venuto recentemente a mancare un pezzo della torre campanaria – allo scontro di questa estate tra il Colonnello Canfora ed il Sindaco Spanò per quanto alla musica suonata presso il Monumento ai Caduti di Gioiosa Marea.

Da quanto ho capito, un bar costruì, per attirare gente, un palco per la musica, pare con il consenso verbale del Vice-sindaco, di fronte al Monumento; ma il Colonnello, rappresentante dei familiari dei Caduti nonché massima autorità militare (sia pure in pensione) nel territorio, ne chiese la rimozione rivolgendosi direttamente al Sindaco, perché la struttura era, a suo avviso, inconveniente ‘alla’ sacralità del luogo. Il palco non venne rimosso ed il Colonnello fece denuncia ai Carabinieri, che intervennero durante una manifestazione. Il palco fu rimosso. La musica comunque continuò ad essere suonata senza palco. Il bar espose in un cartello il suo disappunto e manifesti vennero affissi dal Colonnello e dal Sindaco, ove si spiegavano le diverse ragioni.

Il 4 novembre si è celebrata la giornata dedicata alla commemorazione dei Caduti di Guerra, proprio ‘nel’ luogo conteso. Non c’ero, faccio quindi ricorso a tre missive che i miei legati nella terra bassa mi hanno portato. Purtroppo però non so ancora chi ha parlato invece del Colonnello, che, come promesso nei manifesti, non ha parlato. A dire dei rapporti c’era il Sindaco, i bambini delle scuole ed una banda musicale. Poi si è messo a piovere, e pare abbia smesso solo alla fine della manifestazione stessa. Donde speculazioni, che non è opportuno riportare.

Bene. Veniamo a noi che viviamo ancora sul Monte. Innanzitutto mi viene in mente quanto scriveva un mio amico nel 1997, alle pagine 18 e 19 dell’Introduzione a Petra supra Petra:

“Ovviamente, l’arte nata in una società assume di quella l’impronta e la ringhiera in ferro battuto che circondava il Monumento ai Caduti simboleggiava la presenza d’uno stile artistico locale. Ma la società, scegliendo il proprio stile artistico e le inerenti opzioni urbanistiche, sceglie alla fine se stessa. E’ qui che a volte la dialettica tra passato e presente trova arduo lo spazio per il compromesso. Altre volte, invece, il passato diventa orgoglio ed i suoi manufatti diventano cimeli e lo spazio per il compromesso non si pone nemmeno: penso ai Libri del vecchio Oratorio di San Filippo Neri, nell’archivio parrocchiale di san Nicola, il loro essere attiva influenza del presente”.

Il mio amico non ricevette simpatia ‘istituzionale’ quando espresse il concetto. La vecchia cancellata del maestro murifabbro Borà doveva essere tolta perché di intralcio e perché si voleva rendere agibile la villetta che era attorno al Monumento. Comunque, si magnificava la politica. Un Sindaco che faceva quello che credeva opportuno e che agiva nei limiti della legalità e nelle sue scelte politiche dava indirizzi precisi. Fu una della prime cose che fece il Sindaco Scaffidi, di cui tutto si può dire ma non che non agisse con spirito ‘politico’, intendo dire che aveva il coraggio delle scelte. Potevano essere sbagliate, ma quello di cui si convinceva doveva essere fatto. Noi da Guardia, siamo comunque, ed oggi più di prima, d’accordo con il mio amico, che scrisse in tempi non sospetti. Ma questa sarebbe un’altra storia. Volevo invece fare una considerazione sul fatto estivo, che però tralascia la matrice del problema e che secondo me sta altrove, ovvero nelle pagine dell’Introduzione di cui sopra.

Parto da lontano. Dalla caduta del blocco sovietico, numerosi antropologi, nonché scienziati politici, hanno indagato la ‘vita politica dei morti’ nei paesi dell’Est europeo. Cito per tutti la più famosa, Katherine Verdery (The Political Lives of Dead Bodies. Reburial and Postsocialist Change, Columbia University Press, New York, 1999), ed il suo saggio sulle politiche di sepoltura e ri-sepoltura in Romania, Ungheria e Russia. Ed insisto con lei per un passaggio che si applica perfettamente al fatto giojosano. Lei sostiene che, talvolta, i morti possono costituire una fonte incredibile di legittimità politica proprio perché morti, cioè perché non parlano più (pensiamo ad Arafat, che non è addirittura ancora morto). Quindi parole possono essere messe nella loro bocca. Parole ambigue che possono variare a secondo di chi le stesse parole mette loro in bocca. Ovviamente, da qui l’autrice raggiunge altre vette, tipo la legittimità di talune azioni o la giustificazione di atti bellici, su cui non indaghiamo in questa sede. Ma resta il fatto che queste parole, e quindi parole significanti, possono essere attribuite ai morti. Quindi i morti diventano profitto politico ancorché legittimità politica.

 

E veniamo ai Caduti per la guerra del nostro territorio. Non credo la polemica volesse toccare tutte le tematiche che la Verdery evidenzia nel suo saggio. Ma un’altra cosa è certa. Considerare i caduti rappresentanti dei valori su cui si poggia la nazione Italia, ovvero in primo luogo l’antifascismo, e pensare di poterli far parlare sarebbe come scatenare una guerra civile, poiché tanti di quei morti erano fascisti o credevano di esserlo (e specie nella vostra ‘nuova’ Gioiosa). Allo stesso modo, se li si vuole considerare Caduti per la Patria, parlo della stessa Patria dei partigiani e dei fascisti, anche se intesa in senso totalmente diverso, è conveniente non parlare perché parliamo di un ideale astratto, che onora i morti per il loro credo (per sé) e non discrimina tra le idee. D'altronde, non dico nulla di nuovo se affermo che se c’è un modo per onorare i morti, d’ogni credo politico, il più idoneo è quello di onorarli senza parole. Quindi personalmente, e me ne assumo la responsabilità, non credo che fare discorsi in generale sui morti e specialmente in quella sede sia appropriato, proprio perché chi fa i discorsi, volente o nolente, non rappresenta tutti gli ideali per cui i morti stessi diedero la vita. E, credetemi, la ‘neutralità’ ideologica è impossibile. Perché, in ogni caso, nessuno può parlare per chi non c’è più senza rischiare di interpretare a suo modo quello che il defunto voleva dire.

 

Ciò detto, e mi ritornano le parole del mio amico (che scriveva prima della Verdery), se i costi che la modernizzazione porta prevedono anche la re-interpretazione dei luoghi e delle costumanze - anche musicali (scusate la banalità) -, mi pare possibile avere un palco di fronte al Monumento.

 

D'altronde, se ci passeggiamo dentro perché non suonarci accanto. Se si è già occupato il posto, che il percorso di ‘possessione’ vada fino in fondo. Poiché non è con il ‘possesso’, ovvero con la vicinanza ai morti, che se ne intacca la memoria. Lo storico francese Ariès palesò, in maniera egregia, quale rapporto di vicinanza era nel passato tra il regno dei vivi ed il regno dei morti o ancora come il cimitero stesso fu per lungo tempo il forum delle città. Ed a Giojosa, a mio avviso, se ci fermassimo ora non saremmo, teoricamente, consistenti. Mi spiego. Se si è tolta la ringhiera si è invaso di già lo spazio, quindi la sacralità dello spazio è compromessa. Ci sono, è vero, ‘loci’ dove la sacralità è mantenuta, ma questi ‘loci’ necessitano di difese, altrimenti nulla vieta di ‘essere’ in quei luoghi e quindi di violarli. Quindi, potrei citare tanti di quegli episodi (scusate ancora la banalità, ma la pipì i miei legati delle terre basse vedono farla spesso in quel luogo) che inquinano la memoria, finanche materiale, del sito, che la musica è sicuramente, tra tutti, il meno rilevante. Ovviamente, altro discorso si potrebbe fare sul ‘tipo’ di musica, ma così facendo coinvolgeremmo delle ‘causalità’ e delle ‘variabili’ che non riusciremmo più a controllare in questa sede.

 

Io non so quali leggi nuove avete introdotto nella ‘nuova’ Giojosa e se è vietato ed in nome di quale legge è vietato suonare nei pressi del Monumento. Non so inoltre quali siano i limiti del potere del Sindaco e se d’imperio il Sindaco poteva decidere per il mantenimento del palco in quel luogo. Avrei voluto vedere l’ex Sindaco Scaffidi agire in vece dell’attuale Sindaco Spanò e dico questo per una ragione semplice e lineare. Il processo si iniziò con il primo. Io intendo il processo come componente attiva, o meglio parte, della ‘dinamica’ socio-politica della vostra ‘nuova’ Giojosa. Le dinamiche, non entro nel merito delle scelte – anche perché noi sulla vetta del Monte Meliuso abbiamo problemi assai più seri a cui pensare, ovvero a come puntellare le ultime pietre del nostro palazzo e delle annesse chiesetta e torre campanaria prima che crollino definitivamente – possono essere evolutive o involutive, non attribuisco in questa sede significati positivi o negativi ai due processi, ed evito considerazioni sulla posa in modelli (restaurazione, progresso, etc.). Ma una mossa ‘politica’ (anche se secondo me sbagliata, perché io avrei posto altre priorità a quell’atto che poteva anche rappresentare ‘visibilità’ o ‘trasparenza’, come quella che fu del Sindaco Scaffidi) o di ‘etica’ storica (anche se a mio avviso ‘oscurantista’ ma pur sempre legittima e sicuramente fondata su convinzioni profonde ancorché rispettabilissime, come quella del Colonnello Canfora) la preferisco sempre, ed in ogni caso, a scelte compromissorie o morbide, o peggio ai ripensamenti od ancor peggio a quelli che potrebbero tradursi nell’opinione pubblica come tali (quali potrebbero apparire, o fatti apparire, quelli del Sindaco Spanò).

 

A Guardia non abbiamo mai creduto alle vie di mezzo, perché puzzano sempre. Quando decisero dell’esodo non ci posero vie di mezzo. Ed allo stesso modo, vediamo logico, oggi, un utilizzo ‘totale’ della piazzetta, ovvero una sua chiusura ‘totale’. Da che si è chiusa non è che la gente l’abbia mai adottata come punto di incontro, o di sosta, più di quanto non facesse quand’era chiusa. E vedremmo pure bene una chiusura della stessa, magari con la sua vecchia ringhiera, se ciò manifestasse un pensiero politico.

 

E, stanco di parlare delle spiagge del Saliceto, non chiedo mica (o meglio, ancora) di iniziare - se non proprio l’esproprio del Circolo Roma, almeno - uno studio di fattibilità per costruire al suo primo piano le nuove stanze del Municipio.

 Ovviamente, per chiarire ogni dubbio ed evitare di rileggere, a chi volesse farlo, quanto scritto, a Guardia abbiamo iniziato a parafrasare; e se lo facciamo proprio noi, evidentemente, è perché leggiamo dei resoconti che, tenendo conto delle opinioni di tutti, siamo certi che non si discostano di tanto dalla realtà (…)

 Vinciguerra d’Aragona

Gran Giustiziere del Regno
Capitano d’Arme di Giojosa Guardia, Cammarata e San Marco

Miles di Sant’Angelo

Conte di Mistretta

(si ringrazia il sito ufficiale del comune per le foto del 2004)

 "Una tipica storia gioiosana" Clicca qui per lo speciale storie di quest'estate

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La Costa Saracena
del 22-10-2004

La Costa Saracena, quel tratto di mare che corre dal cortissimo sbocco sul litorale che è rimasto nel territorio di Naso alle splendide spiagge del Saliceto di Gioiosa Marea oggi rubate dai privati, si è voluta chiamare così per ricordare i numerosi torrioni d’avvistamento voluti dai Viceré spagnoli quale misura preventiva per segnalare l’arrivo di navi piratesche. Grazie all’arte degli architetti Spannocchi e Camilliani, servirono da vero scudo informatico durante le varie scorrerie che interessarono le coste del basso tirreno.

La cristianità non era comunque nuova alle invasioni di infedeli. Si erano già conosciute epoche quando morire nel campo di battaglia per combattere contro le armate turchesche era garanzia di pace eterna. D'altronde, secoli prima, Sant’Agostino s’era dovuto fermamente opporre al suicidio, fino ai suoi tempi non ufficialmente condannato. Il martirio era anzi accettato. La stessa Bibbia aveva lasciato ampi spazi di ambiguità e più d’ogni altra la morte stessa del Cristo era stata oggetto di speculazioni sulle sue vere volontà e sulle sue intenzioni di vita e di morte. Lo stesso San Paolo diceva di essere indeciso tra la morte e la vita, visto che una morte precoce l’avrebbe portato subito presso il Cristo. Comunque, anche dopo la svolta agostiniana i casi di morte volontaria non si estinsero, e più monaci si lasciarono ammazzare, proprio dai saraceni, in Terra Santa.

Nulla di strano che morire per mano infedele era sinonimo di martirio anche nelle nostre zone. E vi furono tempi quando i saraceni diedero anche ai cristiani delle nostre zone quest’opportunità. Ariadeno Barbarossa ed il Dragut non risparmiarono Patti, Castanea, Rometta e la stessa Lipari. E quanto alla Costa Saracena, furono proprio loro ad uccidere l’arciprete di rito greco Giovanni Scolarici da Piraino con un colpo di sciabola in testa, e con lui scannarono pure il figlio, come attesta un resoconto conservato nel locale archivio parrocchiale, ove é palese l’intenzione d’iniziare anche l’iter per un processo di beatificazione per lo stesso arcipresbitero. Di certo non lasciarono un buon ricordo.

Eppure oggi, a distanza di secoli, si ricordano ancora quelle devastazioni usando il nome proprio dei saccheggiatori. Non che da meno siano state le armate dei re cattolici, e basti per tutti l’eccidio di Tunisi del 1535; ma sembra strano che si sia voluto dare il nome ad un posto turistico quale richiamo ed attrattiva ricordando proprio quanto di cattivo il saccheggiatore fece e non magari quanto di buono l’età araba lasciò in Sicilia.

La Torre delle Ciaule è della Costa Saracena il simbolo. E’ il maniero più famoso della zona. Per quanto però la Costa Saracena si sia data il nome per ricordare anche quella torre nulla pare abbia mai fatto come ente per salvarla dall’erosione del tempo; per quanto invece al Comune di Piraino, che di quei comuni che formano il Consorzio è capofila, questo conobbe addirittura il suo primo martire ucciso proprio per mano saracena. Elogio, quindi, alla memoria. Nominalmente alla memoria dei saraceni.

Il processo di segmentazione che il Ventunesimo secolo ha iniziato è evidente anche a Piraino, a Brolo e nella Costa tutta. Memoria che è a fragmenti e che viene diluita nel tempo e mediata dalle esigenze che la politica locale detta. Memoria soggetta a scelte politiche. Onde in pratica manteniamo il ricordo di quanto è funzionale, e quindi utile, e scordiamo quanto è non funzionale, ovvero inutile. E’ il processo dell’assoggettamento culturale che avanza e l’anestesia culturale che si impone nella ritualità delle istituzioni consolidate e che si riproduce nelle organizzazioni di nuova costituzione.

D'altronde seguitiamo in un mondo che conosce solo segmenti di memorie e distorsioni di realtà. Un mondo, ove il martirio e le libertà individuali sono funzioni politico-militari immediate ancorché religiose di corto termine. Onde non conta, o meglio si censura, che in Arabia Saudita il governo decida di vietare nelle prime elezioni libere della sua storia il voto alle donne, poiché nella funzionalità globale del sistema che si poggia sui petrol-dollati l’Arabia è intoccabile; ma giustificabile diventa invece l’invasione dell’Iraq, pur se mina le leggi internazionali e falsa i resoconti ufficiali nel nome della funzionalità bellica, fino a far scordare che l’Iraq era il più ‘occidentale’ tra gli stati del Golfo, che le donne avevano sempre votato, che il primate di tutti i cattolici aveva sconfessato la guerra, ed ancor più che Terek Aziz, l’ex vicepremier iraqueno, era un fervente caldeo.

Vinciguerra d’Aragona

Capitano d’Arme

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