LA TORRE DEL SILENZIO©
"breve storia di Gioiosa Vecchia"
a cura di Giovanni Miragliotta

Indice

Prefazione

Introduzione

Testimonianze preistoriche

Tracce storiche

Periodo normanno-svevo

Periodo angioino e aragonese

Periodo spanogallico

Gioiosa Guardia: la città

L'abbandono del nido delle aquile

Gioiosa ieri: le sue "genti"

Gioiosa Marea oggi

Bibliografia

 

 

Prefazione

     Queste poche pagine di storia che potrei definire "patria" sebbene per metà le mie radici affondino in quel di Agrigento, terra sì di forti passioni o di oscure trame malavitose ma anche di ben più antiche e gloriose pagine storiche, nascono da un semplice quanto profondo desiderio, divenuto col tempo un progetto, di poter riunire in un'unica trattazione, quasi un racconto epico, quante più notizie si potevano mettere insieme, alla luce delle fonti, ottime, già disponibili, circa una mia passione antica, "Giojosa Guardia", un luogo per me pieno di misteri, magicamente coinvolgente, un argomento che ho trovato sempre affascinante, quasi un imperativo inconscio che mi prendeva tutte le volte che mi aggiravo tra i suoi ruderi, un lamento che mi assaliva da dentro con il suo silenzio, un pianto carico di umane sofferenze filtrato dalle cupe tonalità di tutti quei sassi, ormai inutili, muti testimoni, loro c'erano, scompostamente "risistemati" dalla furia degli elementi prima e dal lavoro di ricerca di chissà quante braccia dopo, bagnati dalle lacrime di chissà quanta povera gente e, qual corpo sventrato da mano bestiale, animata da una furia cieca, sorda alle preghiere, impietosa della debolezza umana, esposto alle inconsapevoli ingiurie del tempo e a quelle cinicamente irrispettose invece degli uomini, così io l'ho sempre vista, sentita, come pure, al contempo, bella e ancora viva ho sempre cercato di immaginarla.
     La sua tragica fine m'ha fatto ricordare spesso il destino della mitica Fenice: infatti anche Gioiosa Guardia rinasce dalle macerie del suo sacrificio, forse bella più di prima, sebbene in forma di Gioiosa "Marea" stavolta.
Io comunque Gioiosa Vecchia, come è più d'uso chiamarla da noi, l'ho "scoperta" tardi! Andavo già al Liceo, a Patti, e proprio quand'ero a Patti spesso volgevo lo sguardo verso l'alto, verso quella montagna sulla cui cima svettavano misteriosi profili diruti. Era già dunque un amore platonico, una tenera tensione emotiva sostenuta anche da ciò che mio padre mi raccontava per averlo sentito dire dai suoi vecchi circa la storia di quel paese, ormai fantasma di se stesso, di certe capienti pozze d'acqua che esistevano solo lassù entro cui si mettevano a macerare i fasci di lino per poterne poi ricavare la relativa fibra, un'attrazione dunque piena di curiosità, fatalmente destinata tuttavia a divenire subito qualcosa di profondamente "carnale" allorquando, e finalmente, un bel mattino di un dì di festa primaverile, potei arrivarci col "Capriolo", la vecchia moto di mio fratello, da solo, soli, io e "lei". Sì, certo, era la nostra prima volta!
     Era una bellissima giornata e prima che la foschia offuscasse alla vista i confini più lontani, ebbi tutto il tempo di ammirare un panorama che definire magnifico sarebbe pur sempre riduttivo, da non crederci quasi, che comprendeva Capo Peloro e le coste della Calabria fino a Capo Vaticano, poi, dalla parte opposta, sorpassate le familiari Eolie disposte in bella fila lungo l'azzurro arco settentrionale, proteso quasi su un vuoto opalescente, ecco monte Pellegrino, il più bel promontorio del mondo, come disse Goethe, ma solo a partire dall'altrettanto tipica mole rocciosa che sovrasta Cefalù, la punica ra'h Melquart, divenuta poi la greca Heraclea Cephaloedis da cui il nome moderno, la Sicilia riprendeva man mano nitidezza nelle forme e nei colori che a ondate sembravano mi venissero incontro fin dalle lontane Madonie, per passare ai circostanti Nebrodi, per sconfinare nuovamente nei bitorzoluti Peloritani, una moltitudine zigzagante di creste e cime, una tempesta pietrificata tra le cui onde spiccava, inconfondibile quanto vicinissima, isola nell'isola, la maestosa, fumeggiante, sagoma dell'Etna. Sono rimasto lì, da solo, per un paio d'ore almeno.
     Il silenzio è quello che per primo ti colpisce, rapisce a poco a poco la tua attenzione, la tua sensibilità, senti come un vuoto dentro che pian piano si riempie di pace, di tranquillità, di armonioso equilibrio dello spirito infine e ne rimasi stregato. Poi, finita la dovuta perlustrazione, mi sistemai in cima a quel "sasso" che si erge solitario ormai al centro dell'abitato - il sasso del geco lo avrei chiamato qualche anno dopo, per via di un grosso geco dagli occhi dorati, che all'inizio di un fresco mattino d'estate, si mise a giocare a nascondino con la mia ombra che dispettosa lo privava dei primi raggi caldi - e rimasi quindi, immobile, ad osservare lo spazio tutt'intorno, il mare lontano, la campagna vicina e via via sempre più indistinta, e mentre un soffio di vento piegava i teneri steli delle dise, insinuandosi curioso nei meandri sotterranei tappezzati d'edera e di capelveneri, il suo fischio leggero percepito appena dalle orecchie, rimase catturato dalla memoria, restando prigioniero del cuore.

     Star lì, da solo con "lei", è stato per me un momento veramente particolare, motivo di una suggestione intensissima, un nodo inestricabile, al momento, di sentimenti tutti intrisi di "sicilitudine", e di certo c'era l'orgoglio delle radici ma c'era anche tanta rabbia, tanta delusione, tanto risentimento in ultimo. Solo col tempo mi riuscì di dipanare quella complessa matassa emotiva ed il bandolo rimase sempre "Lei", la cui atmosfera, fuori dal tempo reale ormai, divenne, anno dopo anno, un richiamo dello spirito, un immagine della mente, del cuore, un'ispirazione "letteraria" (si fa per dire!), dalla quale derivarono, nel maggio '83, le parole che seguono:


Vecchia è ormai, e l'omu taci, sulu u ventu dda ci staci.

Bedda fu e bedda ancora pari, ma cchiù giustu parsi u mari.

D'ogni cosa fu arrubbata, lassanu sulu petra bannunata.

Terra pi inestri, reinu e carduna, regnu di vespi, rinnini e capruna!

Troppu, troppu, troppu silenziu, non havi vuci stu suppliziu,

parla pianu pi favuri, non svigghiari stu duluri!

 

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Introduzione

     Non c'è dubbio che il passato della nostra Gioiosa Marea, nelle vesti leggendarie dell'antica Giojosa Guardia, abbia esercitato su di me sempre una fortissima suggestione, specie quando da ragazzo ne sentivo parlare anche da una mia carissima, particolare "amica", quasi una seconda madre, che lassù o comunque proprio lì vicino era nata, e mi raccontava spesso di quanto Giojosa era bella, di quanto era bello quel posto, dei suoi sentieri che lesti la portavano a Sorrentini per la festa di San Teodoro, oppure a Sant'Angelo di Brolo per la raccolta delle nocciole, del suo vino profumato di fragola, della sua frutta dolce e succosa, dell'aria pulita che vi si respirava, del suo silenzio quasi irreale infine che tanta pace sapeva infondere agli animi di tanta brava gente.
     Nelle pagine che seguono, niente in confronto ad altri lavori del genere, ho voluto semplicemente far anche mia una storia che è comunque di tanti anche se forse non tutti la "sentono" allo stesso modo.
     E' stato un passatempo stimolante, avvincente, ricco di ricordi appunto, vecchie pagine della mia vita che a volte sembra siano diventate quasi delle fantasie lontanissime, e questo per me che ormai da anni vivo a più di mille chilometri di distanza dalla mia Sicilia, un desiderio intenso, una "ciarma" sempre viva, è stato un utile motivo di profonda riflessione, ovvia struggente recrudescenza di malinconiche consapevolezze dell'animo.
     Pur tuttavia, nonostante l'argomento fosse Giojosa Guardia, è invece dal mare che ho voluto iniziare, perché è stato proprio nelle grotte che si affacciavano sulle sue rive che si sono stabiliti i primi uomini giunti in Sicilia, Meliuso compreso, e quindi l'ho sentito quasi come un dovere parlare anche della loro remota presenza "silenziosa", e del resto delle loro stesse "tracce" ne ho avuto una diretta, personale, emozionante conferma e forse, più ancora, anche perché, chiusa sul monte la sua prima vicenda storica, è proprio sul mare che con rinnovato vigore Giojosa, finalmente libera, riprenderà il suo antico e laborioso cammino.
     Fatte ferme quindi alcune ipotesi estrapolate dalle vicende storiche dei territori concomitanti quello del Meliuso, ho cercato di passare in rassegna i diversi periodi storici della nostra isola, la cui evoluzione, a partire dalla conquista normanna, è stata anche l'evoluzione del Meliuso prima e di Giojosa Guardia poi, fin oltre il suo definitivo trasferimento nell'odierna Gioiosa Marea. Nei confronti di quest'ultima infine ho tracciato una "leggera" critica che sentivo dovuta, ineludibile e pur con la consapevolezza del "così fan tutti" tuttavia questa constatazione non rende certo meno amaro lo spettacolo che ogni giorno di più ci viene offerto alla vista e che sarebbe quasi assurdo definire "poco edificante"!


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Testimonianze preistoriche

     La presenza dell'uomo "in quel di Gioiosa" risale ad un epoca piuttosto lontana nel tempo, e precisamente a quella che è detta dagli esperti della materia "età del rame", un periodo di tempo antico di qualche migliaio di anni prima di Cristo, le cui tracce, ben evidenti, sono state scoperte però, non sul Monte di Guardia, ma vicino al mare, nella grotta situata accanto alla stazione ferroviaria, e per ironia della sorte dunque, proprio alla base del declivio roccioso sul quale, duecento anni fa, fu costruita la nuova Gioiosa, quindi, quasi un inconsapevole reinsediamento. Questa grotta, ramificata nicchia litica scavata da chissà quali antichi agenti erosivi (il mare ?), si apriva sulla primitiva scogliera che digradava scoscesa verso la spiaggia sabbiosa, che si stendeva ampia e luminosa sulla ridente insenatura, immenso teatro greco aperto su una platea che vedeva il mare alla ribalta, sempre primo attore, prima che l'intervento dell'uomo "moderno" stravolgesse confini, profili e spazi con la costruzione della linea ferroviaria, dell'ardita e sinuosa statale 113, ancora oggi in precario equilibrio sul mare (vedasi le continue interruzioni dovute a frane e cedimenti), e di tutte le altre opere connesse all'edilizia pubblica e, soprattutto, privata!
     Ma nonostante tutto, nonostante la pesante manomissione del territorio dovuta alle opere di edificazione urbana, manomissione tutto sommato recente, "appena un paio di secoli", ma purtroppo tuttora continua e sicuramente più disastrosa di prima, qualcosa la natura comunque riuscì a nascondere, a conservare, e ancora una volta quasi per un pelo, proprio dentro quella caverna: quasi per un pelo perché sia durante i lavori di scavo e di sistemazione della linea ferroviaria e sia durante la costruzione della "stradella" carrozzabile che collega la stazione e la "marina" al centro del paese, in entrambi i casi, fu necessario lavorare intorno ad essa anche con gli esplosivi rischiando, senza dubbio alcuno, il suo crollo totale, e non credo affatto che quell'eventualità possa essere stata motivo di preoccupazione per le maestranze, figurarsi! Pur nella indifferenza di tutti, o quasi, e per fortuna direi, non ci sono stati danni tali da impedirne una ricognizione interna che non fosse troppo rischiosa, lasciando quindi aperta, anche ai meno esperti in materia di speleologia, la possibilità di accedervi e questo almeno fino a qualche anno fa: adesso l'ingresso è sbarrato da un cancello e tutto sommato, visto che la stavano trasformando in una discarica abusiva, meglio così.
Comunque, a poterlo fare, fatti pochi passi in discesa ci si trova immersi in una oscurità sempre più fitta, caratterizzata da un certo odore stantio, di viscida muffa, mentre alla luce delle torce si rivela, metro dopo metro, un piccolo mondo sotterraneo, sempre più diverso ed affascinante, man mano che ci si allontana dalla superficie e si comincia ad avanzare, con cautela, lungo bui e non sempre ben definiti cunicoli.
     Questi cunicoli, a volte larghi e bassi, in altri punti sono stretti ed alti e le loro pareti sono traforate da quelle che possono sembrare delle finestrelle "gotiche" racchiuse come sono da piccole colonne alabastrine: più oltre, nei punti di maggiore umidità, laddove piccole vene d'acqua sgorgano continue dalla roccia attraverso fessure invisibili, gli stessi cunicoli sono decorati sulla volta, ma in alcuni tratti anche sul pavimento perennemente sottoposto ad un intenso stillicidio, da una moltitudine di piccole stalattiti (le più grandi essendo state asportate, quali trofei da esibire una volta di ritorno in superficie, durante le varie escursioni organizzate da adulti in più occasioni negli anni '50 e '60), alcune delle quali anche variamente ramificate, altre invece simili a tanti cicchi di riso, specialmente quelle che si formano per terra.
     Curioso poi un gigantesco moccolo pietrificato posto a lato di quello che potrebbe sembrare uno strano altare pagano: poi ancora invece, un bizzarro cavallo litico fa bella mostra di sé all'incrocio di tre ampi cunicoli, dei quali, due conducono all'ingresso, il terzo invece, dopo un paio di svolte, immette in una certa cavità di cui parlerò dopo.
     Infatti tra le tre o quattro cavità più grandi - una delle quali dalla volta cupoleggiante e veramente alta - ce n'è una un po' diversa dalle altre, da noi ragazzi chiamata "stanza della sabbia" per via del suo fondo ricoperto da sabbia appunto, e che comunque, in effetti, è la cavità più particolare: particolare perché essendo posta ad un livello inferiore rispetto alle altre cavità comunicava in qualche modo con l'esterno dalla parte del mare appunto il quale, seppure attraverso piccole fessure nella roccia, ebbe certamente modo di raggiungerla presumibilmente durante grandi e violente mareggiate, tanto da ricoprirne a poco a poco il fondo con parecchi strati di sabbia: particolare perché pur trovandosi vicinissima al tracciato ferroviario e praticamente situata al di sotto di quello della "stradella" che corre per un tratto parallela ai binari, è scampata, per chissà quale caso fortuito quindi, ai crolli che saranno seguiti ai brillamenti delle mine di cui rimangono ancora tracce nelle rocce tutt'intorno; particolare perché abbellita su una sua parete da una colata di concrezione calcarea liscia ma, e soprattutto, rossa, quasi fosse sangue litificato dallo sguardo di Medusa (testimonianza, mi piaceva pensare da ragazzo, quando, passandoci sopra le mani con una certa trepidazione, facilmente mi s'incendiava la fantasia, di chissà quale sacrificio cruento, magari umano...!); particolare perché, in ultimo, proprio in quella camera quindi, sotto uno spesso strato di sabbia, sono stati ritrovati ben conservati alcuni manufatti di terracotta - che possono essere ammirati nel nuovo Museo Archeologico di Siracusa - testimonianza diretta di un antichissimo uso abitativo della grotta da parte di piccoli gruppi umani che forse solo stagionalmente vivevano in riva al mare e che magari durante le altre stagioni andavano a caccia e/o a raccogliere eventuali integrazioni vegetali proprio lungo le pendici del Meliuso. Da notare, particolare interessante, che le ceramiche ritrovate nella grotta sono dello stesso tipo di quelle rinvenute nelle isole Eolie, negli insediamenti preistorici coevi, il che testimonia quindi anche lo stretto legame, non solo economico ma anche culturale che da sempre è esistito tra la "terraferma" (si fa per dire !) e le sette sorelle, figlie del fuoco, del vento, del mare.


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Tracce storiche

     Il sito giojosano o per meglio dire il comprensorio territoriale detto Meliuso facente capo al Monte di Guardia, compreso quindi tra l'odierno torrente Zappardino ed il vallone che scende, zigzagando, ad ovest dell'abitato di Sorrentini fino al mare, fu sicuramente ed ininterrottamente abitato, anche se in forma non certo massiccia, sin da prima dell'occupazione romana e, del resto, la presenza dell'antica città greca di Tyndaris, fondata da Dionisio il Vecchio nel 396 a.C., sicuramente sarà stata un polo di richiamo per tanta parte delle popolazioni che ormai potevano definirsi indigene (i Siculi ?) che solevano avere con quei civili invasori frequenti rapporti commerciali e culturali ma a volte dichiaratamente conflittuali.
     In effetti anche i Siculi erano dei nuovi immigrati di ceppo indoeuropeo stabilitisi soprattutto nella parte orientale dell'isola a spese delle genti mediterranee preesistenti (i Sicani ?) sospinti sempre più verso ovest. In questo contesto il Monte di Guardia, col suo alto pianoro, sarà stato sicuramente un ottimo punto d'osservazione e di stazionamento magari permanente. Di certo non mancavano nemmeno le necessarie quanto allora elementari condizioni naturali per un, anche se modesto, insediamento stabile, vista l'abbondanza d'acqua tutt'intorno e la buona fertilità della terra, per non parlare dell'alternativa rappresentata dal mare stesso e dalle relative abbondanti risorse.
     Importantissima, se confermata, potrebbe essere, per una migliore comprensione della storia del sito, la scoperta di una necropoli punica vicina al pianoro che potrebbe così confermare quanto sopra ipotizzato vista la frequente sovrapposizione dei Punici su siti appartenuti ai Siculi, notizia comunque questa, come dicevo prima, tutta da verificare, ma in ogni caso anche questa sarebbe una storia presto finita, a quanto pare.
Durante l'età romana, tuttavia, le cose dovettero restare un po' come prima, se non peggio, e a parte il nome di "Joiusa" dato al "locus" per le sue pregevoli caratteristiche paesaggistiche, non pare che vi siano tracce di un qualche insediamento, fosse anche modesto, mentre invece, proprio dirimpetto, cresceva la fortuna della ormai greco-romana Tyndaris.
     Maggior interesse suscitò invece, agli occhi dei nuovi conquistatori, la piana di sicuro già messa a coltura dai coloni greci, compresa tra la gran mole del Monte di Guardia e lo stesso promontorio su cui sorgeva Tyndaris, preceduto appena dalla collina di "Mongiove" (altro nome pieno di passato), anch'essa solcata, come tante altre lungo il litorale tirrenico, ed in gran parte derivata, dalla confluenza di due fiumare, quella del Timeto, proveniente dalla lontana Portella dello Zoppo, e quella del più breve torrente Provvidenza, terra anche questa ricca d'acque e di buona fertilità, con in più, almeno una volta, il facile approdo.
     E' proprio qui infatti che verrà costruita, in età sicuramente imperiale, appena a ridosso della antica battigia, la bellissima "villa" di Patti, edificio piuttosto complesso, scoperto appena per caso durante i lavori per la costruzione dell'autostrada Messina-Palermo (e sarà stato proprio l'unico?), il che ci può far pensare ad una campagna tutt'intorno costellata da piccoli insediamenti isolati di gente dedita all'agricoltura ed alla pastorizia anche sul Monte Meliuso, oltre a piccoli nuclei di pescatori stabilitisi lungo la costa fornita di spiagge bellissime quanto agevoli ed alquanto riparate dalle mareggiate scatenate dalla furia del maestrale.
     Dopo la breve ma a tratti buia parentesi germanica che vide in terra di Sicilia alternarsi gli ormai proverbiali Vandali, e poi Eruli ed Ostrogoti in un periodo di tempo compreso tra il 440 ed il 535, durante il successivo periodo della lunga dominazione bizantina che va appunto dal 535 all'827, anno dello sbarco degli Arabi a Mazara, nella nostra zona rimane particolarmente attiva ancora la città, già greco-romana, di Tyindaris che anzi diventa, in un crescendo d'importanza politica e religiosa, sede vescovile con una grande diocesi tutt'intorno e quindi non dovrebbe essere comunque una forzatura pensare ad una certa popolazione stabilmente insediata nelle campagne più prossime alla città stessa, Meliuso compreso. Popolazione sempre più grecizzata sia per l'uso ufficiale della lingua greca soprattutto liturgica e istituzionale che nella composizione etnica già profondamente segnata dalle antiche migrazioni di genti elleniche.
     E' sotto la dominazione araba, invece, dopo l'827, che si consuma la vera tragedia, sia per Tyndaris che scompare per sempre come città di qualche importanza, ma anche per tutta la costa tirrenica orientale, lungo la quale quasi tutti i centri abitati subiscono la stessa sorte di Tyndaris, rimanendo l'intera zona praticamente spopolata o comunque punteggiata da piccoli conventi di monaci basiliani appena tollerati dai nuovi dominatori arabi o da sperduti casali che saranno senza più voce storica per un paio di secoli almeno.


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Periodo normanno-svevo

    Ed è proprio in questo stato che i Normanni trovano la Sicilia nord-orientale al momento della loro conquista, quasi disabitata e con le vecchie città in rovina, ecco perché così continuo ed appassionato fu il loro intervento in questa parte dell'isola, rivolto quindi soprattutto a favorire nuovi insediamenti: ora edificando castelli (primo fra tutti, quello di S. Marco d'Alunzio fondato dallo stesso Roberto il Guiscardo), ora invece fondando nuovi monasteri e relative zone d'influenza. Faceva eccezione nella nostra zona il monastero (di rito greco bizantino ovviamente) di San Michele Arcangelo di Brolo, unico sopravvissuto per via anche di una certa tolleranza religiosa tipica del vero Islam, alla non certo tenera dominazione araba e che ancora, tuttavia, dopo due secoli, risultava possessore di terre.
    Per quel che più ci riguarda, comunque, sappiamo che molti furono gli sforzi fatti dal conte Ruggero, proprio per popolare le terre della chiesa di Patti, dopo la fondazione, verso il 1100, dello stesso Monastero del Salvatore, facendo conto che tra Naso, Fitalia, Librizzi e la stessa Patti c'erano al massimo un paio di migliaia di abitanti, Meliuso compreso quindi. Di Tyndaris ormai non si parla più.
     Degno di nota rimane il fatto comunque che a Patti, sotto il governo dell'abate Ambrogio, furono invitati solo coloni di lingua latina da contrapporre a mio parere ai locali grecofoni forse ancora parecchio diffidenti nei confronti dei nuovi arrivati rappresentanti stavolta delle mire espansionistiche di Sacra Romana Chiesa. A quelli che accettavano il trasferimento ed erano persone provenienti prevalentemente dall'odierna Campania o Calabria si garantiva, in genere, terra sufficiente sia a costruire le loro nuove case e sia ad assicurar loro una dignitosa "sopravvivenza" (e per quei tempi non era certo una cosa da poco), ed ai territori viciniori, compresi il Monte di Guardia ed il Casale di Zappardini, ceduti già in feudo all'abazia benedettina del Salvatore, vennero aggiunte anche le isole Eolie, altra area demograficamente cruciale tanto che lo stesso abate arrivò a promettere ai coloni che avessero scelto di stabilirsi a Lipari persino la piena proprietà delle terre loro affidate dopo appena tre anni di permanenza nell'isola ed anche l'immunità, fatta salva tuttavia la decima sui prodotti, e questo nonostante che, al contempo, parecchi signori avessero fatto "dono" di loro villani, e in alcuni casi anche in gran numero, alla stessa abbazia di San Bartolomeo di Lipari.
     Questa vasta dimensione territoriale delle due diocesi riunite produsse, nel secolo XII, con decreto pubblicato a Mileto, l'elezione e poi la consacrazione vescovile per l'abate del Santissimo Salvatore di Patti, che era allo stesso tempo, abate di S. Bartolomeo di Lipari. Il controllo così esercitato dalla nuova Autorità ecclesiastica romana, il vescovo-abate, divenuto grande signore rurale ed al contempo fedele rappresentante del sovrano acquisisce perciò sempre più un carattere di natura prettamente temporale, quindi feudale e in pratica fiscalmente "predatorio" nei confronti delle popolazioni del territorio, soprattutto per quelle che erano le loro produzioni tipiche (la sempre presente, d'ora in poi, decima sulla carne, sul vino, sull'olio e su tanti altri prodotti della campagna, persino sul pane oltre che sui prodotti della pesca), e dagli inizi del secolo XIII anche in tema di prestazioni lavorative gratuite o quasi, che gli uomini abili dovevano svolgere nelle terre che appartenevano al Monastero del Salvatore, nel senso che per quei giorni di lavoro che potevano avere cadenza settimanale o mensile, a volte anche stagionale (vedi i tre giorni per il maggese e i tre giorni per la semina), avrebbero ricevuto solo il pane per sfamarsi e che erano appunto detti giorni di angaria. E tali rimasero praticamente le condizioni minime a cui dovettero sottostare gli abitanti delle nostre campagne per ben oltre sette secoli ancora.
     Minime perché sia pur con qualche occasionale alleggerimento dovuto a rare fauste occasioni più spesso invece venivano reclamati, per le più varie ragioni, altri balzelli che da straordinari tendevano a divenire tasse ordinarie (e mi vien voglia di dire che a tutt'oggi non è che le cose siano cambiate di molto in Italia), sacrifici quasi tutti sopportati appunto dai lavoratori della terra. La comparsa sulla scena politica siciliana ed europea dell'illuminato Federico II di Svevia non comportò alcun cambiamento anzi rappresentò un ulteriore rafforzamento delle pretese temporali della Chiesa decisa sempre più ad imporre la sua autorità non soltanto ecclesiastica sulle nuove conquiste meridionali a discapito della teutonica eminenza imperiale.


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Periodo angioino-aragonese (1266 - 1516)

     La situazione politico-ambientale venutasi a creare sotto il dominio normanno-svevo si manterrà praticamente uguale non solo durante il successivo ed alquanto breve periodo della dominazione angioina (1266/82), ma durerà in forma sempre robusta ed ininterrotta per parecchi secoli ancora, pur non mancando tuttavia momenti meritevoli d'attenzione, come la sommossa popolare scoppiata appunto a Giojosa nel 1318, al tempo di Federico II d'Aragona (lo stesso sovrano che a Caltabellotta (Ag) già nel 1302 aveva firmato la conclusione della Guerra dei Vespri Siciliani iniziata giusto vent'anni prima), proprio contro il dispotismo feudale del vescovo di Patti, sentito come fortemente vessatorio e a cui la gente del Meliuso doveva e dovette per secoli ancora sottostare, ma che, come altre volte si ripeterà, fu prontamente repressa nel sangue, con in più, quella volta, la scomunica emessa contro i Giojosani superstiti dal pontefice avignonese Giovanni XXII, autore della bolla "Cum inter nonnullos" nella quale lo stesso argomentava che, essendo il diritto di proprietà di origine divina, non bisognava di certo rinunciare ai beni materiali, ma "semplicemente" sentirsene distaccati, quanto alle scomuniche poi, lo stesso Dante asserì che egli ne lanciava un gran numero per poterle poi cancellare dietro adeguata ricompensa.
     Ma tuttavia è proprio sotto questo stesso dominio aragonese che si avrà la fondazione di Gioiosa Guardia, sotto la spinta di diverse necessità strategiche tra le quali, causa non ultima, le frequenti ancora, scorrerie angioine, riprese allorquando Federico II non solo non diede segno di voler rispettare i patti di Caltabellotta ma anzi nel 1314 si autoproclamò "re di Sicilia" trasmettendo poi lo stesso titolo anche al figlio Pietro II (1337) e che costarono agli Aragonesi, nel giro di pochi anni, la perdita delle vicinissime isole Eolie e di altre estese aree della stessa Sicilia orientale, fatti questi che consigliarono alla popolazione del Meliuso, ma in effetti fu giocoforza farlo, a concentrarsi nelle zone meglio difese e difendibili.
     E destino volle, infatti, che dopo due anni di regno relativo, Federico III il Semplice, succeduto al fratello Ludovico nell'anno 1355 a soli tredici anni e per questo rimasto sotto la tutela della sorella Eufemia per più anni, nomina a vita Capitano di Patti, terra ormai di frontiera, Vinciguerra d'Aragona, un nobiluomo aragonese legato alla casa reale da vincoli di sangue (molto probabilmente questa nomina fu dovuta proprio alla sorella Eufemia), il quale non a caso sul Monte di Guardia fa costruire il suo piccolo "castello" ed in posizione tale tuttavia da poter dominare la stessa città di Patti, quasi a voler simboleggiare una supremazia del potere secolare su quello feudale esercitato della Chiesa nelle vesti del vescovo e che rappresentò quindi subito un validissimo polo di aggregazione urbanistica "laica" per gli sparsi abitanti del Meliuso. Inoltre, sempre lo stesso Vinciguerra che aveva avuto dal sovrano anche la facoltà di munire di fortezze le località da lui ritenute più idonee per resistere ai reiterati attacchi angioini, non trova di meglio che far costruire nello stesso sito, di fianco quasi al suo stesso "palazzo", nella propaggine più settentrionale del pianoro, visto l'ampio scenario che si apriva sul mare, una Torre d'avvistamento chiamata < Oppidum Guardiae Jojusae >, oltre alla quale si costruirono anche le prime case e la Chiesetta del Giardino, dove, per l'appunto, l'appellativo "Oppidum" ci fa meglio comprendere la specifica situazione di cittadella o borgo cinto da mura che in alcuni casi coincidevano con quelle esterne delle relative abitazioni.
     E' giusto in quello stesso periodo che si formarono nella zona altre comunità rurali quali, ad esempio, quella che si era raccolta nella vicinissima Sorrentini, quella di Montagnareale, posta ancora più in basso, verso Patti, quella della lontana Librizzi, ed altre ancora, ma tutte, Giojosa compresa quindi, sotto la diretta autorità feudale (sfruttamento legalizzato, potremmo dire!) del vescovo di Patti.
     Nel 1372, re ancora Federico III, fu stipulata una nuova "pace" con gli Angioini con la quale allo stesso Federico fu riconosciuto il titolo di re di Trinacria ed il possesso della Sicilia in qualità di vassallo però degli stessi sovrani angioini, oltre che, come sempre, della Chiesa di Roma, quindi del papa.
     Degno di nota l'episodio che vide il figlio di Vinciguerra, Bartolomeo d'Aragona, nuovo signore di Gioiosa, succeduto al padre nel 1397, in contrasto, insieme a tanta parte di aristocrazia siciliana della costa settentrionale unita nella fazione dei Ventimiglia di Geraci, con i nuovi sovrani, Maria, figlia del già visto Federico III, e Martino il Giovane; in particolare successe che, Bartolomeo, rifiutatosi, come già altri avevano fatto, di giurare lealtà ai sovrani, venne sopraffatto insieme ai suoi durante l'attacco che le truppe lealiste, appoggiate da preponderanti forze spagnole messe a disposizione da Martino il Vecchio, padre del primo e re d'Aragona, portarono al castello di Capo d'Orlando, nel quale s'era rifugiato. Nel 1398, domata la rivolta, i due coniugi si fecero incoronare, rispettivamente, regina e re di Sicilia e mentre i Ventimiglia furono sostituiti nei loro feudi da famiglie spagnole, fatte immigrare appositamente e quindi assolutamente fedeli, quali ad es. i Cabrera, per quanto riguardò invece il destino di Giojosa Guardia rimasta quindi senza "signore" sappiamo che la città venne confiscata dal regio fisco divenendo "terra" del demanio pubblico (dove il termine terra sta per semplice circoscrizione comunale senza altro carattere distintivo di fondo), la qual cosa poco piacque al vescovo di Patti che, sulla base degli antichi privilegi concessigli a loro tempo dai sovrani normanni, aprì un contenzioso politico, che tra alterne sentenze si protrasse per più secoli, circa il diritto di eleggere i pubblici ufficiali, fermo restando comunque il godimento delle rendite e dei benifici economici e di lavoro derivanti dai precedenti diritti feudali.
     Ma i guai non erano ancora finiti, anzi. Nel 1416 diviene re di Aragona, Sardegna e, naturalmente, di Sicilia, Alfonso V il Magnanimo, il quale, essendo stato adottato anni prima dalla regina di Napoli Giovanna II d'Angiò-Durazzo, ne ottiene nel 1442, dopo una lotta durata sette anni combattuta dapprima contro Luigi III d'Angiò e poi contro Renato d'Angiò, entrambi appoggiati dal papa, la relativa corona, divenendo così re di Napoli e Sicilia, aiutato in ciò anche da Filippo Maria Visconti, duca di Milano; beh, proprio in quello stesso anno, il sovrano "magnanimo", conferma, come da prassi, il carattere signorile, alias feudale, del vescovato di Patti su tutto il territorio del Meliuso, Giojosa compresa. Non solo, al vescovo di Patti furono altresì attribuiti, pur di ingraziarsene il consenso, e del consenso della Chiesa aveva estremo bisogno purtroppo, alla faccia delle legittime aspettative dei Giojosani, i già contestati diritti di eleggere il Capitano della città, i Giudici e gli altri Ufficiali di Gioiosa ed inoltre il diritto di esazione come Signore della "terra" di Gioiosa, conculcando così anche quel poco di libertà politica e consuetudini locali di cui ancora disponevano i relativi ceti rurale e, in minor parte, mercantile. Situazione questa, di assoluto dominio politico, economico e che voleva essere, perché no, anche culturale, che si protrarrà uguale per più secoli, fin verso la fine del XIX secolo; vero è che in più occasioni, allorquando le vicende storiche lo permisero, o meglio, la disperazione lo esigeva, la popolazione non esitò comunque a ribellarsi, ma implacabili e cruente furono le conseguenti repressioni, attuate sempre con armi che avevano avuto prima la benedizione di Dio.


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Periodo spanogallico

     Con l'avvento del dominio spagnolo (1516) la "terra" di Jojusa Guardia, situata a oltre 800 metri di altitudine, conserva la sua primitiva prerogativa di torre d'avvistamento per tutto il Cinquecento allorquando le scorrerie turche e saracene furono un pericolo costante e reale a cui si cercava di porre rimedio con una fitta rete d'avvistamento che compredeva torri con guardiani sia lungo la costa che sopra i rilievi più idonei, rimanendo ancora in funzione, per quanto riguarda il comprensorio gioiosano, sia la torre "deli Zappardini" (l'odierna torretta della marina di Gioiosa), sia quella posta a capo Calavà (praticamente scomparsa), sia, l'ultima, quella situata al capo del Majaro (i cui resti sono ancora visibili presso l'odierna S. Giorgio), tutte e tre comunque a carico della stessa Giojosa Guardia. Tuttavia, sempre sotto il governo spagnolo, quello con cui inizia la Sicilia dei Vicerè, la "terra" di Gioiosa Guardia diventa <Universitas de la Giusa Guardia>, dove Universitas fa dunque riferimento, come elemento individuante, alla generalità della popolazione insediata in tutto il suo ambito territoriale; è un termine dunque che ha, da questo punto di vista, una precisa portata giuridica, che tuttavia servì solo a chi ebbe, di anno in anno, a determinarne la relativa pressione fiscale, le cosiddette "gravezze" da corrispondere in parte allo Stato e in parte al feudatario, nel nostro caso quindi al vescovo che, forte appunto delle sue prerogative signorili, riscuoteva decime sui prodotti della terra, diritti di caccia e di pesca, tonnara compresa, pedaggi, diritti di monopolio sui mulini e forni, con in più pagamenti in denaro o in natura (vedi giornate lavorative) imposti ai contadini per le più varie ragioni, a chiara dimostrazione quotidiana di un passato duro a morire. E del resto, in quel periodo, chi lavorava la terra, categoria questa che comprendeva la quasi totalità delle famiglie di Gioiosa, pagava imposte più onerose di chi semplicemente la possedeva. Le tasse sui beni di consumo di prima necessità, la gabella del sale, l'imposta personale, i dazi sui prodotti manifatturieri e sulle merci in transito, i tributi straordinari che, una volta imposti, tendevano a perpetuarsi, favorivano nettamente i proprietari terrieri.
     Da notare che in quegli stessi anni, nel regno di Napoli e Sicilia, il reddito degli ecclesiastici era pari o addirittura superiore all'entrata annua statale; esentasse, era soggetto soltanto a un donativo <volontario> del 4 per cento al massimo (autorizzato da Clemente XI e Benedetto XIII), ma il clero "resisteva" con abbastanza determinazione al pagamento.
     E lungi dall'indebolirsi, questi diritti si erano consolidati anche nel corso del Settecento, sotto gli stessi Borbone, la cui politica era al contrario, notariamente antifeudale ed antiecclesiastica.
Per quanto riguardò Gioiosa l'unico punto su cui lo Stato potè fare forza fu quello relativo alla nomina dei pubblici ufficiali che aprì, come già sappiamo, fin dal tempo dell'aragonese re Martino, un contenzioso trascinatosi per più secoli: infatti ancora nel 1635 la Gran Corte escluse che quei diritti, da cui dipendeva il monopolio della giurisdizione civile e penale (e non si trattava certo di quisquiglie!), fossero di pertinenza vescovile, sentenza confermata nuovamente nel 1726 dalla Consulta di Sicilia, la quale vietò altresì al vescovo di Patti di fregiarsi del titolo di barone di Gioiosa; da ricordare che in quegl'anni il regno di Sicilia tolto al nuovo sovrano di Spagna, il Borbone Filippo V, in seguito al trattato di Utrecht del 1718, fu dapprima assegnato a Vittorio Amedeo II di Savoia (quella siciliana fu la prima corona reale di Casa Savoia, n.d.r.), ma poi nel 1720, V. Amedeo dovette cederla all'Austria in cambio della Sardegna, che la tenne sotto il suo controllo fino al 1735, anno in cui, dopo la vittoriosa battaglia di Bitonto, fu "recuperata", insieme al regno di Napoli, nei possedimenti di casa Borbone, da don Carlos (Carlo VII), figlio di Filippo V e di Elisabetta Farnese. Ma tutto fu rimesso in discussione allorquando, nel 1762, venuto a mancare un forte potere centrale (da tre anni ormai Carlo VII aveva lasciato il regno di Napoli e Sicilia per poter cingere la corona di Spagna), vista la giovanissima età del suo successore, il futuro Ferdinando I di Borbone, la Gran Corte criminale, con giudizio non certo equanime, diede ragione alle reiterate pretese della Chiesa, e contravvenendo alle sentenze precedenti giudicò che la nomina dei pubblici ufficiali di Gioiosa fosse un diritto di esclusiva pertinenza vescovile, giudizio che tuttavia fu modificato, ribaltandolo, pochi anni dopo, dalla Suprema giunta di Sicilia stavolta, che attribuì, ancora una volta, al potere secolare, potere ormai ben saldo nelle mani del nuovo sovrano, l'ambito privilegio, pur restando il territorio di Gioiosa feudo della Chiesa, quindi con tutte le altre relative conseguenze.
     A titolo di cronaca possiamo aggiungere che questo status giuridico perdurò fino a dopo il trasferimento del paese nel nuovo sito e cioè fino al 1812, anno in cui fu emanata, sovrano ancora Ferdinando I, e quindi resa operativa la <Legge per l'abolizione dei diritti angarici e peranganci> che annullava i diritti feudali e quindi anche le decime sugli animali, sui prodotti dell'agricoltura ed i servizi personali.
     E di questa legge beneficiò finalmente anche Gioiosa Guardia, città nata e rimasta "orgoglio- samente" laica ma succube tuttavia sempre dell'oppressione feudale, divenuta a volte, peggio ancora, anche potestà baronale, del vescovo di Patti.
     Lo scioglimento dai vincoli derivanti dai restanti diritti promiscui fu avviato l'11 dicembre del 1841 dal Decurionato (Civica Amministrazione) di Gioiosa onde poter così stabilire il canone della liquidazione spettante al vescovo, la qual cosa avvenne l'anno dopo, 1842, a favore di Gioiosa, ormai, e sempre più, Marea!


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Gioiosa Guardia: la città

     Pur con le "gravezze" feudali dovute al vescovo, comprese le "angarie" a cui dovevano sottostare gli abitanti del paese abili al lavoro (praticamente una sorta di "lavori forzati", ben una settimana ogni mese, settimane e settimane di energie distolte dai propri campi e ripagate tuttavia con un compenso quasi sempre minimo, che talvolta si riduceva addirittura al solo pane ma giusto quel tanto che bastava per sfamarsi, per poter continuare dunque a sostenere la fatica!), "travagghi" questi che i giojosani svolgevano principalmente alle "dipendenze" dei monaci benedettini del vicinissimo convento, nonostante ancora le ulteriori imposte reclamate dallo Stato, da cui ecco spiegato il misero "patrimonio" che la Universitas possedeva e cioè un magazzino in cui poter riporre le provviste annuali di frumento, pur con i pochi scampoli di libertà individuale e collettiva quindi (e la situazione di Gioiosa non era di certo l'unica, anzi, diciamo pure che rientrava nella norma, per quei tempi), i quattro quartieri del primitivo abitato medievale videro lo stesso accrescere la popolazione stanziata all'interno del sempre più lungo perimetro delle "mura" esterne, raggiungendo così, nella prima metà del Seicento, la loro massima espansione, allorquando l'Universitas arrivò a contare fino a 2400 abitanti.
     Tuttavia gli stessi abitanti diventarono quasi tremila, verso il 1715, comprendendo ovviamente stavolta anche i piccoli, quanto numerosi, insediamenti rurali sparsi per la campagna e i tre o quattro borghi di pescatori, ormai saldamente insediati sulla costa, in alcuni dei quali, periodicamente, tutti gli abitanti si trasformavano in produttivi ed abilissimi "tonnaroti", popolazione, questa del Meliuso, che aumentò ancora col tempo man mano che la sempre più fiorente agricoltura ed i relativi commerci (vino, olio, gelsi per i bachi da seta, frutta in genere, meritando tuttavia una menzione particolare i dolcissimi fichi, rinomati allora in tutta l'isola), unitamente alle tradizionali opportunità derivanti dalla stessa pesca, davano modo alla gente di poter vivere e "prosperare" in maniera quanto meno dignitosa, almeno per quel che era loro concesso, allora, di poter fare.
     L'antica torre di guardia, caratterizzante lo stesso toponimo di Gioiosa, presso cui era stato costruito il castello del Vinciguerra, trasformato più tardi in un palazzo signorile, quasi sede vescovile allorquando Sua Eminenza vi si ritirava per qualche giorno di vacanza durante l'estate, era situata sul lato nord-orientale della parte più ampia della città, il quartiere detto di S. Giovanni, già primo patrono della città, che come sappiamo fu più tardi sostituito col più "miracoloso" e provvidenziale, San Nicola di Bari.
     Tra i due edifici stava, attaccata ad entrambi, la chiesa della Madonna della Neve detta anche della Madonna del Giardino [dalla omonima statua del XVI secolo attribuita alla scuola di Antonello Gagini (1478-1536 Palermo), figlio d'arte dello scultore Domenico (1420/25 Lugano - ~ 1492 Palermo), il quale, dopo aver lavorato a Genova e a Napoli, s'era stabilito definitivamente a Palermo], e di cui l'antica torre ne costituiva ormai il campanile. Gli altri tre quartieri che come il primo prendevano il nome dalle rispettive chiese, erano dunque, da nord verso sud, Santa Maria della Catena, Santa Maria delle Grazie e, in ultimo, San Nicolò, la cui chiesa era munita, come già la prima, di un poderoso campanile che faceva però corpo a se, posto giusto al margine meridionale dell'abitato e che fu completamente distrutto dai terremoti di fine Settecento.
     L'asse viario principale aveva direzione nord-sud e partiva presumibilmente dalla piazzetta su cui dava il Palazzo dei Vinciguerra e la stessa chiesa di San Giovanni, per proseguire oltre San Nicolò, fuori dall'abitato, in direzione dell'interno con una strada detta "Mali Passi" che, visto il nome, doveva essere tutta un programma! C'erano poi altre due strade che scendevano, rispettivamente, una verso Patti Marina detta "Scaletta" e che passava per Sorrentini e Montagnareale; l'altra che portava a Capo Calavà, percorribile in parte ancora oggi, era invece detta "Strada Regia" (che fosse stata usata qualche volta da un re?), ma nonostante le tre strade che la collegavano al territorio circostante, Gioiosa centro, sicuramente, vista la sua "difficile" posizione geografica, alimentava solo un modesto commercio, destinato più che altro a soddisfare le piccole esigenze di un tipico centro rurale qual essa era, essendo la funzione di città-mercato assolta dalla più favorita, più grande e, soprattutto, più importante, dal punto di vista politico ed economico, città di Patti, sede del vescovo, "signore" diretto del territorio di Gioiosa, appunto.
     Ben difficilmente invece si potrà mai parlare anche di una superiorità culturale, visto l'attualissima ancora persistenza orgogliosa di una ben definita e da sempre sbandierata ai quattro venti dai suoi abitanti, identità "gioiosana", un "marchio d'origine" che seppure non sempre controllata, coinvolge di volta in volta, i suoi detentori, anche se di recentissima data, in animate discussioni con gl'altri, "i foristeri", tutte votate al sostegno di una certa "superiorità" individuale e collettiva derivante sia da fatti di nascita (il meglio che possa capitare!) sia dal semplice certificato di residenza (ci si accontenta!) e, scherzi a parte, a volte sono state sonorissime liti, quando non plateali scazzottate di gruppo.


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L'abbandono del nido delle aquile

     Pur con i comprensibili limiti storiografici quel che si sa per certo è che il 5 febbraio 1783, dunque sotto il viceregno di Domenico Caracciolo, un disastroso terremoto colpì buona parte della Sicilia nord-orientale e la Calabria, il quarto terremoto in appena cinquant'anni, i cui calamitosi effetti percossero ulteriormente gran parte dei paesi della zona, Messina e Reggio comprese e che provocò al Regno di Napoli e Sicilia un ingentissimo danno economico, dando voce all'indomani dello stesso a laboriose problematiche di ricostruzione e di riconsiderazione del nuovo assetto urbanistico e territoriale.
     Anche Giojosa Guardia fu coinvolta in tale dibattito che ne mise sempre più in forse la ricostruzione, quanto meno sullo stesso sito; la successiva invasione delle cavallette, responsabili, appena l'anno dopo, di devastazioni dei raccolti che causarono anche notevoli problemi di approvvigionamento dei viveri, diede adito ad un ulteriore motivo di riflessione che associato alla cronica mancanza d'acqua, visto che lassù le sorgenti mancavano e l'acqua doveva essere o raccolta nelle capienti cisterne durante le piogge o, ancor peggio, bisognava portarla su a dorso d'animale dalle, pur numerose, sorgenti che si aprivano lungo i fianchi della montagna stessa, resero ancora più forti e legittime le posizioni di quanti ne propugnavano il trasferimento. E del resto la definitiva scomparsa ormai della minaccia di assalti barbareschi o turchi, insieme a tutto il resto, consigliava un orientamento ricostruttivo più vicino al mare, visto da taluni come risorsa economica aggiuntiva.
     Ma non tutti erano d'accordo e nonostante tutte le buone motivazioni, delle quali abbiamo parlato prima, che suffragavano razionalmente la tesi del trasferimento, c'erano., c'erano anche le ragioni del cuore, delle vecchie e care abitudini, quelle che si faceva fatica a spiegare, quelle che sapevano quasi di debolezza d'animo, si sentivano dentro sì, eccome, ma non bastavano per convincere gli altri, a malapena forse, bastavano per se stessi. E fu così dunque che alcune famiglie, quelle che forse più di altre sentivano il legame con la terra natìa, con la loro montagna, quelle formate magari da anziani soli, da vedove, vedovi, da gente insomma che non se la sentiva di abbandonare di colpo tutto e che comunque poteva essere anche.... solo quel poco che ancora gli restava, foss'anche soltanto i propri morti (chissà dove era il cimitero o comunque il luogo equivalente e del resto le cripte delle chiese, qualora ne fossero state dotate, non credo che potessero avere capienza sufficiente per un simile compito), alcune famiglie quindi tentarono ugualmente, a dispetto di tutto e di tutti, di ricostruire le loro case, specie nella parte di nord-ovest.
     Ciò nonostante, la decisione risolutiva, che comunque vincolava la comunità in quanto tale e non le singole persone, venne presa da un consiglio costituito dai notabili e dagli anziani del paese e fu il trasferimento.
     Il nuovo sito venne scelto dopo un'accurata indagine territoriale che mobilitò Civica Amministrazione e cittadinanza e che tra alterni pareri vide infine cadere la scelta sull'attuale sito detto allora <Ciappe di tono>, toponimo che si riferiva presumibilmente al tipo di roccia presente nella zona, ed ottenuta l'approvazione governativa, nel 1786, i cittadini che disponevano delle necessarie risorse, iniziarono la costruzione delle loro case, le prime di Giojosa Marea.
L'esodo, che mobilitò tutta la cittadinanza, durò circa vent'anni e vide il trasferimento nel nuovo centro di tutto quanto era umanamente possibile trasportare; ma già nel 1788, dopo appena cinque anni dal terremoto, il 2 di Maggio, anche l'Universitas, col Decurionato e gli annessi uffici civici, era stata autorizzata a trasferirsi e con essi fu portato in riva al mare anche lo stemma di Gioiosa Guardia, l'aquila, simbolo tuttavia dell'alta cima che col suo pianoro s'era prestata, quattro secoli prima, a far da nido soprattutto a tanta povera gente, gente che delle aquile a poco a poco aveva preso dignità ed orgoglio e la capacità, quando ciò si rese necessario, di utilizzare formidabili artigli, pianoro che adesso ritornava praticamente alla natura selvaggia e al suo silenzioso divenire, soffocato, a tratti, solo dal fischio del vento, quanto alle aquile ormai…


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Gioiosa ieri: le sue "genti"

     Da oltre duecento anni la storia del sito gioiosano si divide nella sua tradizionale duplice vocazione territoriale: quella strettamente collegata al mare ed alle sue risorse e quella più specificamente legata alla terra, a quella agricoltura aggrappata alla sua grande montagna, il Meliuso, una Gran Madre non certo avara, ma prodiga invece, d'acque, di piante e di animali.
     E ancora fin quasi ai nostri giorni due erano le genti che la abitavano: c'era la gente del mare (chissà, forse gli eredi degli antichissimi "shekelesh" che già mille anni prima di Cristo solcavano le acque del Mediterraneo e che, secondo alcuni studiosi, diedero poi origine ai Siculi), dalla pelle asciutta ed abbronzata, di non troppe parole, abituata, almeno una volta, ai lunghi e pazienti silenzi sia sotto il sole abbagliante, sia, di notte, anche a quelli profondamente bui, rischiarati appena dalle lampare, nell'attesa della pesca, la loro vita. Gente amante, se non della solitudine completa, di compagnie ristrettissime, specie nella loro attività, atavicamente diffidenti nei confronti di tutto ciò che improvviso, insolito, compariva all'orizzonte e per questo forse anche attenti lettori dei confini e dei colori del cielo, gelosissimi infine, dei loro "segreti" di pesca a tal punto, per cui, spesso, si mostravano ingannevolmente estroversi persino con la loro stessa gente, comportamento che tendeva a diventare, quale pesce che alla sua variopinta attrattiva contrappone spine e denti, tanto invisibili quanto dolorosi, una regola comunicativa quasi fieramente obbligata nei rapporti, anche se apparentemente amichevoli, con "l'altra gente" in genere. Già, l'altra gente, quella miseramente abituata a muoversi sempre con "i piedi per terra", quella con la pelle spesso unta e sudata, imbrattata di polvere, intrisa di afrori lontanissimi ormai, gente abituata a guardare vicino ma dallo sguardo spesso più profondo, meno spaccona nelle sue esternazioni, più attenta agli occhi, ai gesti, ai sentimenti che all'esteriorità, spesso genuina come il vino che beveva ed offriva in allegria al viandante casuale, senza riserve, se non il rispetto reciproco e una bella chiacchierata.
Gente che dall'alto scrutava il mare e l'altre montagne e ne ricavava un intima elevazione spirituale che dava forza alle loro intenzioni ma che seppure aiutava a sopportare il disagio della loro spesso misera condizione di certo non ne garantiva la rassegnazione, caratteristica questa che tuttavia condivideva intensa con la stessa gente del mare; ben l'avevano capito i vescovi di Patti, baroni di Giojosa.
     Sì, è vero, c'era ancora dell'altra gente, quella che viveva in paese, gente indaffarata ed operosa nel trasformare il lavoro degli altri in reddito proprio.
     Il prestigio di cui godevano, era mal visto di solito, ma era gente "necessaria", era il padrone delle terre, delle loro case, l'avvocato "imbroglione", il notaio "profittatore", il sindaco "dalle belle intenzioni", impegati, maestri, bottegai, tutta gente con la quale bisognava convivere, e tanto meglio per tutti se tutto andava per il verso giusto. Del resto era proprio tra questa gente che c'era anche chi "comandava" e che aveva sempre comandato, anche sui loro destini talvolta. E la gentilezza espressa dai primi nei confronti di quest'ultimi era molto più spesso di quanto si possa pensare <facci farìa> piuttosto che sincera ammirazione.
     Ma ormai, siamo diventati tutti "gente di paese" e, raggiunta la parità civile, sono scomparse a poco a poco anche quelle diversità caratteriali tipiche di ogni gruppo, di cui prima accennavo appena, sacrificate alla dea Modernità in nome della "uguaglianza", in tutti i campi, traguardo ambito da così tanto tempo che, avendolo ormai pienamente raggiunto, ci ha resi tutti dimentichi di una certa genuinità spirituale che era spesso l'unico vero patrimonio di tanta brava gente, una ricchezza interiore che i nostri avi, padroni, e non sempre, solo di se stessi, ci avevano potuto lasciare in eredità, una spontanea gentilezza d'animo ormai sempre più corrosa e corrotta, a tratti cancellata del tutto, da certa pubblicistica dei mass-media che tutto ha reso insignificante, senza colore, ripetitivo e le giuste ambizioni ed aspirazioni di riscatto sociale si sono confuse con la cupidigia, l'arroganza, il potere, il nulla.
     Quella di prima, a tutta vista, sembrerebbe una facile critica, cattiva, e di certo potrebbe esserlo, dato che le evidenze sono sotto gl'occhi di tutti, ma tuttavia, mi sento anche di dire che alla luce di quanto avveniva in passato, di come i nostri avi hanno vissuto per secoli, di come si viveva e soprattutto, di come certe categorie di persone hanno vissuto fino ad appena qualche decennio fa, meglio, anzi, molto meglio oggi che ieri, pur con tutto quello che n'è conseguito. Di questo ne sono sicurissimo!


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Gioiosa Marea oggi

     Comune della Sicilia (26,32 km2; m 30 slm ; 6.181 ab. ca., gioiosani; prov. Messina; CAP 98063), sulla costa tirrenica. Agricoltura (ortaggi, agrumi, olivi, peri, fichi ) e pastorizia. Stazione turistica balneare.
     Quanto sopra è tratto pari pari dall'Enciclopedia Generale Mondadori; poco, pochissimo e non credo che corrisponda più, almeno per quel che riguarda la voce agricoltura e pastorizia, alla realtà odierna.
     Gioiosa Marea oggi, tuttavia, è un argomento che non vorrei nemmeno affrontare, troppo "preso" essendo dalle sorprese che l'edilizia pubblica e privata, ogni anno, inesorabilmente prodiga, mi ha offerto a piene mani, costringendomi ad accettarle, e sebbene dapprima prevalga l'incredulità, poi di volta in volta subentra la rassegnazione, ormai essendo affettuosamente disincantato ma mai loro complice.
     Durante i suoi duecento anni di storia nuova il paese da piccolo centro ben situato all'interno del suo ambito territoriale, la perla del Tirreno di qualche anno fa, s'è vieppiù trasformato ed ingrandito (legittima e necessaria evoluzione), inseguendo linee di sviluppo urbanistico proprie di un centro, appunto, in espansione, espansione che se non del tutto pilotata da interessi di parte, quanto meno è stata mal gestita, lasciando i privati soli a gestire una responsabilità troppo grande, per nulla controllata all'origine nella consistenza dei manufatti edili, sorti un po' dappertutto, improvvisati gli stili, assente qualsiasi riferimento all'ambiente tipicamente mediterraneo mentre spaventose fantasie architettoniche regnano ovunque sovrane.
     Il gioiosano in nome di una necessaria crescita urbana stanziale e turistica soprattutto, è stato "costretto" ad invadere in maniera sempre più pesante e massacrante, il territorio circostante, dalla costa al vallone più sperduto e nascosto, costruendo nuove mura ciclopiche in ogni dove, sommergendo tutto col cemento, imbrattando, è il caso di dirlo, con strade, stradine, case, casette, casini vari, quasi sempre con scarso senso dell'impatto ambientale, ogni angolo disponibile, ogni sporgenza abbastanza larga per poterlo fare.
     A mala pena si salva ancora, miracolosamente bisognerebbe proprio dire, solo il sito su cui sorgeva Giojosa Guardia, essendo già stato colonizzato tuttavia dalle antenne di varie emittenti (il progresso ?), il pianoro ai suoi piedi, quanto al resto, è stato quasi l'apocalisse, ovunque fosse umanamente possibile "intervenire", e già questo basterebbe a spiegare la portata del disastro, ma a volte forse sono riusciti ad andare anche oltre!


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Bibliografia:

GIOIOSA MAREA storia note immagini;
volume unico - Autori vari;
Edizione a cura del Comune di Gioiosa Marea;

Bell'Italia - n.49 - Sicilia magica, Gioiosa Guardia, città fantasma;
Autore: Giuseppe Quatriglio;
Editoriale Giorgio Mondadori;

Lingua e storia in Sicilia - vol. I;
Autore: Alberto Vàrvaro - Sellerio editore Palermo;

Storia d'Italia: Dal feudalesimo al capitalismo;
Parlamenti e istituzioni rappresentative;
Autore: H. G. Koenigsberger - Giulio Emaudi Editore;

Storia d'Italia: I caratteri generali;
- Le forme del potere, classi e gerarchie sociali;
Autore: Giuseppe Galasso;
- Diritto e società;
Autore: Giangiulio Ambrosini;
- Agricoltura e mondo rurale;
Autore: Emilio Sereni;
- vol. 1 - Giulio Emaudi Editore;

Storia d'Italia: Dal primo settecento all'unità;
- La storia politica e sociale;
Autore: Stuart J. Woolf;
- vol. 3 - Giulio Emaudi Editore;

Enciclopedia Generale Mondadori;
Autori vari;
Arnoldo Mondadori Editore;

Storia della Sicilia dal 1860 al 1970;
Autore : Francesco Renda;
- vol. 1 - Sellerio editore Palermo.