La mia banda suonò il rock

(breve racconto in si bemolle ) di Mimmo Mòllica

Quando Paolo dichiarò l’intenzione di studiare la musica il suo desiderio ebbe subito un nome: Enrico Benvenuti, maestro della banda comunale di Gioia Marina, il suo paese. Nel giro di pochi giorni si ritrovò col metodo P. Bona nel destino, a cantilenare giaculatorie di tedioso solfeggio, in attesa che il suo desiderio di suonare qualcosa si facesse realtà.

L’acquisto del metodo P. Bona era avvenuto a Messana e dal capoluogo, d’ora in poi, sarebbe arrivato tutto l’occorrente per dare fiato al clarinetto (in si bemolle) che il maestro Benvenuti gli aveva solennemente assegnato, riesumandolo da uno degli armadi pieni di carcasse di trombe, sassofoni, ottoni, relitti musicali vari, sistemati ai bordi del magazzino a piano terra, che era la sede affidatagli dal Comune, per allevarci una banda municipale. Davvero un sotterraneo angusto.

Più tardi, a Paolo sembrò di vedere un luogo somigliante a quello nella bottega di Mastro Geppetto, del Pinocchio televisivo. Forse era quel luogo una delle ragioni che toglievano il sorriso al maestro Benvenuti, che sorrideva poco e ancora meno suonava.

Solo di rado tirava fuori la scatola dei miracoli: la custodia nera del suo complicato clarinetto (in si bemolle). Lo ricomponeva con lentezza e precisione. Sembrava  rivestisse, con amore e cura, un neonato. Poi, finalmente, lo portava alle labbra e lasciava che le nostre bocche di ragazzi si spalancassero stupite e incantate; che le nostre menti facessero ordine sulla magia della musica e gli animi conoscessero l’armonia.

Il conservatorio rende bionde

Qualcuno diceva che solo il conservatorio rende così bravi e che senza tali qualità, il maestro Benvenuti, non avrebbe mai potuto avere quelle due figlie bionde, tanto belle da innamorare tutti i maschietti di Gioia Marina. Ma doveva essere vero a metà, visto che pure il direttore di banca ne aveva due mica da ridere. Unico difetto, forse tipico del bancario, erano i due figli maschi che, a quanto pare, risultavano i più simpatici alle figlie del maestro Benvenuti.

Il cimitero degli strumenti

Quando l'Amministrazione comunale decise di non finanziare più la banda musicale, il maestro Benvenuti lasciò per sempre Gioia Marina e il paese divenne più povero e meno vivo. Il cimitero degli strumenti musicali fu preso d’assalto, come alla fine della guerra, con l’arrivo dei liberatori. Chi una tromba, chi mezzo sassofono, chi un bombardino, chi un ottavino o parte di esso. Chi si era accontentato di sfondare una grancassa, non essendoci bronzi di Riace da decapitare e gettare il fondo al mare. Ora, finalmente, eravamo tutti molto più poveri e non lo sapevamo. Molto più miseri e non lo capivamo.

La mia banda suona il rock

Ora “la mia banda suona il rock” e il paese suonava il de profundis ad un passato che aveva visto tanti giovani uniti dalla banda, graziati dalla musica, resi sensibili e più umani dalle marce e dalle opere classiche. Giovani impegnati in qualcosa di buono e di sensato, oggi genitori di bambini che cercano in un campetto polivalente, nello straziante cigolìo della giostrina del parco giochi, nell'ebbrezza dello scivolo, il totem della crescita: uno stereotipo quanto più possibile griffato per il proprio futuro.

Ricordi globalizzati

Paolo non immaginava che a distanza di tanti anni sarebbero riaffiorati ricordi come questi. “Proprio ora -  pensava - nell’era di Internet, della globalizzazione, dei piani regolatori, della raccolta differenziata, della password e dell’acqua minerale”? Invece tornavano nella testa gli incancellabili orpelli dei clarinetti della sua prima uscita con la banda musicale. Quando, più che a suonare, doveva pensare a portare il passo, assieme agli altri, come un soldato semplice tra i caporali di giornata. Quando, con meraviglia e sollievo, si rese conto che con o senza le note-tenute del suo clarinetto la banda suonava lo stesso. Paolo non era né necessario e né indispensabile. Ma neppure superfluo. E così poteva pensare a camminare incolonnato, al suo posto, da protagonista frastornato e spettatore privilegiato. “In buona sostanza…”, direbbe l'avvocato cocainomane di un geniale film di Benigni, “tentando di suonare”. 

Un antidoto alla banda del buco

E per la testa gli frullavano strane cose, strani pensieri. “La banda - pensava Paolo - non è un insieme di musicanti. La banda non è una costruzione politica o burocratica. La banda è una cultura, un antidoto ai veleni dello smog, al buco nell’ozono, a quello nei conti pubblici…. E se la banda musicale fosse un antidoto alla banda...del buco”?

“La banda è l’anima di un popolo, di un paese, gli suggeriva la coscienza. L’occasione che una società ha di uscire dal coma e dalla cultura dello sballo, dal vuoto e dal sottovuoto. Una fuga armoniosa dal mondo asettico ma politicamente corretto dei surgelati”.

“Ogni amministratore che abbia fondato una banda musicale - si diceva Paolo - ha di fatto piantato un albero, cresciuto un figlio, fondato un partito”.

“Ha costruito una scuola, iscritto i giovani all’azione cattolica. Ha attivato la protezione civile, potabilizzato l’acqua, riportato la bussola in paese. Ha regolato gli orologi, accordandoli sul la naturale. Ha girato un film e scritto un libro”. Si, un libro! Ora dovranno pensarci i preti a farne leggere una pagina al giorno, alla messa vespertina. Dovranno provvedere i sindaci a metterne la lettura tra gli argomenti all’ordine del giorno del consiglio comunale. A dotare i vigili urbani di una copia d’ordinanza, attraverso cui dare le informazioni sul proprio paese, prima che il trillare dei fischietti ordini il calcio d’inizio della quotidiana partita.

Prima che il clamore dei burocrati e degli omissis prenda per sempre il posto della musica nei contesti urbani, nella civiltà dei consumi, delle strisce blu, delle imposte sulla casa e sul valore aggiunto. Ma aggiunto a che cosa? Civiltà nella quale non capita più di vedere mani incolte, mani illogiche da contadino o muratore, posarsi ingegnose e lievi su chiavi delicate di clarino, oboe o flicorno.

La mafia del pandoro

Se continua a piovere, prima o poi sarà Natale. Ed anche se dopo l’11 settembre niente più dovrebbe essere uguale, sembra che l’ombra della mafia aleggi imperterrita sulla dura legge del pandoro e del panettone: “A Natale mai senza….”. E a Natale, Pasqua e Capodanno la nostra furia acaricida si abbatterà sugli scaffali polverosi dei centri commerciali, dei supermercati, delle boutique e (per fortuna) delle librerie. Senza sentirci blasfemi, nel nome di Cristo e di Gesù Bambino sceglieremo la crema con cui infarcire il panettone classico, affinché non sia più tipico ma globale, non più analogico ma digitale, non più terrestre ma satellitare.

 Se sceglieremo di donare (o donarci) un libro forse avremo l'opportunità di comprarne uno che parli della banda. Forse non è ancora in edicola o magari non è neppure stato scritto, ma non è detto che non lo scriveranno, che non lo scriveremo. E se è ammessa la guerra preventiva sarà pure lecita la pubblicità preventiva? Perché mettere al bando giusto la banda?

                                     Mimmo Mòllica