J e l i c a
Jelica risiede a Gioiosa
Marea oramai da moltissimi anni, possiede col figlio Nino e col marito Carmelo
una casa in una frazione collinare e gestisce coi cognati due dei più rinomati
bar cittadini. Jelica nacque però serba e da serba dovette anch’essa emigrare
per la sempre ricca Germania, solo che poi nufragò per amore in Sicilia, luogo
d’origine del marito, anch’esso emigrato. Sicchè a differenza dei nuovi
emigrati, non è parte dei recenti esodi di disperati: Jelica arrivò
nell’Isola quando ancora l’odio etnico non era scoppiato; quando dirsi
jugoslava, o meglio “titina”, era più che un vanto; quando anzi i torti
erano divisi ed anche la nostra Italia discriminava nel nome dei blocchi e delle
ideologie.
Jelica,
ovvero Elisabetta, Jovanovic Granata ha così raccontato nella sua autobiografia
(Da Rabrovo a Gioiosa Marea, Armando Siciliano Editore) una storia unica
per contesto storico ed umano: dettagli d’una vita vissuta, travagliata,
sofferta, itinerante, e negli ultimi anni magnificata da un’adozione. Al testo
fa da splendida corona la prefazione dell’on. Salvatore Natoli Sciacca, che già
fondatore del Movimento Indipendentista Siciliano rispolvera, fino a far
emergere in splendida sintesi, sorprendenti similitudini tra i destini dei due
popoli.
Jelica
visse la fame del primo dopoguerra, conobbe i tormenti d’una ricca famiglia
che sopravvisse orgogliosa pure dopo la morte del padre e che venne salvata
miracolosamente con eventi degni d’essere sceneggiati. La sua infanzia, gli
anni passati a Jagnilo, l’amore per il fratello Rade, il trasferimento a
Rabrovo, sono però sempre vissuti sotto l’ombra coscientemente protettrice di
Marsal Tito, di cui Jelica, come ogni slava della sua generazione, si considera
figlia (per averli fatti studiare con delle sue borse di studio, per avergli
inculcato il supremo valore della solidarietà, et cetera).
E
la dominante componente politica nella sua vita, Jelica la trasporta pure nella
nuova terra siciliana, tant’è che scandisce i tempi del suo arrivo o quelli
dall’acquisto della cittadinanza italiana contando le autorità politiche e
religiose succedutesi: tre papi, sei presidenti della repubblica, sei sindaci a
Gioiosa Marea (suppongo sorvoli sui presidenti del consiglio per aver perso pure
lei il conto).
Dice
un vecchio detto slavo che «là dove c’è un serbo c’è la Serbia »,
sostiene Natoli che questa convinzione è alla base di tante recenti
degenerazioni. Jelica è stata invece cara amica di Mira, la moglie di Milosevic,
che per quanto s’apprende dalla sua voce era anche una buona persona. Ma
Jelica è oggi soprattutto atterrita dalla violenza che nel nome dell’etnia
s’è perpetrata nella sua patria, odio inconcepibile per una «titina»:
incredibile nel nome di quei valori che lei aveva conosciuto ai tempi del
Maresciallo; inaccettabile per aver lei lasciato la sua patria nel pieno del
regime comunista, che di tutto si potrà accusare ma non d’aver posto proprio
la difesa delle uguaglianze quale suo emblema.
Ma
anche la sconfitta è inaccettabile per un serbo, daltronde anche tutti i serbi
d’oggi (dalle più meridionali enclaves macedoni alle sopravvissute, sparute
zone etniche slovene) venerano a tutt’oggi re Lazar quale eroe nazionale,
ovvero un re sconfitto, morto in combattimento proprio in quel sacro Kossovo
oggi così conteso; e lo hanno venerano fino a fare addirittura di quella data
(uno dei pochissimi casi documentati al mondo) loro festa nazionale. Ed
Elisabetta, ovvero Jelica, Granata Jovanovic non ha mai smesso di venerare
quella festa: pure in Sicilia, a Gioiosa Marea.
Vinciguerra D'Aragona
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Quanto segue è stato scritto appena un anno fa :
Hanno fatto tante bellissime “cosette” per il paese: “la fontanella”, il “monumento”, e le stradine di campagna, i “marcia piedi” nel paese, sedie attorno agli alberi per sedersi anziani ed anche i passanti.
Hanno
tenuto anche il paese molto pulito ed è questo che si apprezza moltissimo dei
sindaci del paese, che non fanno i debiti che non sono necessari e che il
turismo fanno funzionare dato che “Gioiosa” campa a maggior parte con
il turismo e che i turisti non li tengono solo nei villaggi ma anche nel nostro
gioioso paese, che noi li aspettiamo con le braccia aperte e che così funziona
anche negli altri paesi>>
« Gioiosa
Marea è anche molto ospitalaria, i gioiosani sono molto generosi e fanno
la solidarietà ai paesi bisognosi con tutto il cuore.
Quanto
ai giovani, peccato che non hanno lavoro e vanno fuori a cercare una migliore
possibilità perchè Gioiosa non è industrializzata, si lavora negli uffici e
nelle campagne, muratori e locali pubblici.
(Jelica/Elisabetta Jovanovic, Da Rabrovo a Gioiosa Marea, Armando Siciliano Editore, Messina, 2000, p. 82).