ARGENTI BAROCCHI DI GIOIOSA MAREA
Tratto
da Timeteo Periodico annuale della Società Pattese di storia patria 1989
per gentile concessione
degli autori
(tante
altre foto sul sito www.diocesipatti.it)
Il
patrimonio storico artistico dei centri dei Nebrodi, benché quasi totalmente
catalogato dagli organi di tutela ufficiali, attende ancora quella
divulgazione scientifica e quella fruizione che si connettono direttamente
alla conservazione e alla coscienza critica dei beni culturali, costituenti lo
spessore storico della civiltà attuale.

I
Nebrodi, pullulanti di varie decine di paesi medio-piccoli, hanno conservato
tracce di temperie culturali e artistiche stratificate e sovrapposte le une
alle altre, la cui sequenza
è leggibile nel
tessuto urbanistico, nell'architettura, nelle espressioni pittoriche e
plastiche, ed infine nella varietà straordinaria di tecniche realizzative e
tipologie formali raggruppate sotto l'etichetta di arti
minori, usata oggi in
un significato esclusivamente convenzionale e anti-discriminatorio.
Durante i secc. XVII e XVIII, a Gioiosa Guardia — antico centro appartenente alla Diocesi di Patti, trasferito sulla costa nel nono decennio del '700 — come generalmente in tutti i paesi dei Nebrodi, i tessuti, gli arredi lignei, i marmi ornamentali, gli argenti, accanto alle opere delle .re arti maggiori, hanno una destinazione quasi totalmente ecclesiastica e la citazione di un'opera d'arte «minore» nella letteratura artistica era Consentita solo se essa "costituiva l'importante arredo liturgico di frequentati spazi devozionali" sebbene «la cultura barocca e tardo-barocca siciliana asserisse con vivace e felicissima unità il concetto di decorazione continua, realizzata da opere di architettura, pittura, scultura insieme a manufatti delle arti minori».
Proprio «l'età barocca ha configurato artisticamente numerosi centri minori della Sicilia senza escludere, ovviamente, le città»; le arti a Gioiosa, come altrove nei Nebrodi, hanno in Messina e Palermo i centri di riferimento stilistico sia a livello di committenza, sia a livello di alunnato ed emulazione formale da parte degli artefici locali. Infatti, per entrare subito in argomento, gli oggetti liturgici d'argento conservati a Gioiosa Marea sono stati prodotti a Messina e a Palermo, le due città emergenti in Sicilia per la qualità e la quantità che le loro botteghe argentiere, hanno raggiunto.
Fra gli argenti gioiosani ancora custoditi nelle chiese locali, balza subito fuori il notevole paliotto dell'Assunta della Chiesa di S. Maria delle Grazie , in cui è espressa una «gioia fitomorfica... un tripudio botanico, se vogliamo, calato nel gusto e nella cultura estetica barocca».

Argentiere palermitano (Pasquale Cipolla ?) , Paliotto dell'Assunta, Gioiosa Marea, Chiesa S.Maria delle Grazie
Il paliotto costituisce l'elemento decorativo di arredo liturgico della parte frontale della mensa d'altare. Può essere fisso o mobile in base ai materiali costruttivi adoperati: pietra, marmo, stucco, metalli preziosi.
Benché
di origine medievale, il paliotto gode di una felicissima diffusione
soprattutto in età
barocca, essendo spesso mediazione fra la
dimensione sacra
dell'altare e quella profana della scena, così cara
all'estetica del tempo.
Nella Sicilia dei secoli XVII e XVIII il paliotto ha un ben definito carattere
barocco nei motivi ornamentali e figurativi. Le linee nervosamente ondulate, le
figure ricche di movimento sono elementi che connotano la stagione artistica
barocca.
Il paliotto di Gioiosa (alt. 102 cm.; larg. 202 cm.) è composto da lamine d'argento sbalzato, con lievi interventi a cesello, applicate su velluto rosso. Sono visibili i marchi punzonati che evidenziano le sigle: RUP (Regia Urbs Panormi); PC; FBR 723.
Nella
nuova Gioiosa furono costruite le stesse chiese del centro antico che ospitarono le
varie opere d'arte trasferite: altari barocchi, portali, pale
d'altare, statue marmoree di cultura gaginesca e un'ampia
serie di suppellettili
e di arredi liturgici.
Tra
le opere reinserite nel contesto religioso e sociale del nuovo centro abbiamo il
menzionato paliotto punzonato con l'aquila a volo alto e la sigla RUP, quindi
realizzato da una bottega argentiera palermitana (l'aquila a volo alto è dal
secondo decennio del Settecento il marchio del consolato degli orafi e
argentieri di Palermo). Le altre sigle sono le iniziali
dell'argentiere (PC) e quelle del console (FBR) seguite dal numero 723,
semplificazione del 1723 anno di esecuzione dell'opera. Al traverso i marchi è
possibile avanzare qualche ipotesi circa il nome dell
'argentiere come pure del probabile committente o tramite di allogazione.
La
ricchezza degli arredi sacri nelle chiese siciliane del XVII e XVIII secolo è
attestata dagli inventari, afferma la Di Natale, ma in mancanza
di questi i marchi punzonati acquistano esclusivo valore documentario.
Compositivamente il Paliotto dell'Assunta si colloca fra i prodotti più maturi
dell'argenteria palermitana di età barocca e per i caratteri stilistici
espressi non è fuor di luogo la proposta d'attribuzione all'argentiere
palermitano Pasquale Cipolla, «orefice espertissimo» secondo il
giudizio di Maria Accascina.
Diversi sono gli argentieri del periodo che siglano
le loro opere PC come Paolo Cristadoro, Pietro Ciambra, Placido Carini, Pasquale
e Pietro Carrotta, e solitamente Pasquale Cipolla per differenziarsi,
aggiungeva a completamento del suo marchio, un giglio coricato, che
nel caso dell'opera gioiosana — forse a causa dello stato mediocre di
conservazione — non è più leggibile.
Al centro del paliotto di Gioiosa è
una cornice ovale dal delicato decoro fitomorfo contenente la figura della
Vergine assisa in cielo fra nuvole e putti giocherelloni. Tutt'intorno si
espande una ricchissima ornamentazione composta da volute vegetali, fiori
(rose, tulipani e anemoni) e fluenti steli, una corona sorretta da
due identici angioletti chiude la raffigurazione centrale. Sui lati sono le
figure di San Pietro e di un santo indossante una ricca pianeta, forse San
Gaetano da Thiene o più probabilmente San Filippo Neri visto che la chiesa di
Santa Maria delle Grazie era annessa alla Casa dei Padri Oratoriani o
Filippini.
Ambedue le figure dei Santi indicano la Vergine; esse sono collocate su piedistalli formati da volute accostate sul tipo di quelle che reggono i Santi Cosma e Damiano nel Paliotto del Museo Diocesano di Palermo assegnato da Maria Accascina e Maria Concetta Di Natale proprio a Pasquale Cipolla.
Volute
fitomorfe incorniciano a guisa di edicola i due Santi. Infine una ricchissima
trama decorativa di svolgimento floreale corre come bordura su tre lati del
paliotto disegnando, nel vario articolarsi dello spessore dello sbalzo, un
ritmo ondulatamente serpentinato tipico del linguaggio barocco.
Per quanto il
paliotto del Museo Diocesano di Palermo sia frutto di una ricettiva
collaborazione dell'argentiere con un architetto avvenuta un
quindicennio dopo il paliotto di Gioiosa,
non sono da sottovalutare talune affinità tipologiche, quali la simmetria degli
elementi figurali e le nuvole di andamento spiraliforme che in certo qual modo
accomunano queste due opere. Rimanda ancora all'ovale coronato del paliotto
dell'Assunta il particolare modo di incorniciare con volute l'arco trilobato
sotto il quale è la figura dell'Immacolata nel paliotto di Pasquale Cipolla
(1725) della chiesa di San Francesco d'Assisi di Palermo.

Argentiere palermitano, Paliotto di S.Liborio, Roma, Museo Nazionale di Palazzo Venezia
Il motivo della bordura su tre lati, ornata da una decorazione fogliacea simmetricamente distribuita sul tipo del paliotto gioiosano, è presente in quello del Museo di palazzo Venezia a Roma (fig. 2), opera di argentiere palermitano del 1728, studiato da Angelo Lipinsky. Qualche analogia con le figure dei santi del nostro paliotto è inoltre rintracciabile nell'impostazione compositiva dei santi Libertino e Gerlando del paliotto a loro intitolato nel palazzo Vescovile di Agrigento, già nella Cattedrale della stessa città. L'opera, di argentiere palermitano (FN1)) del 1742, mostra affinità stilistiche con l'autore dell'opera gioiosana, tali da far intravedere una contiguità di bottega.
Anche se la diffusione in area messinese
di antiche argenterie di produzione palermitana non è poco frequente, sembra
lecito chiedersi quali ragioni spinsero il clero locale o gli stessi Padri
Filippini a rivolgersi ad una bottega di Palermo piuttosto che ad una di
Messina, città che peraltro nel XVIII secolo continua, a livelli
qualitativamente sostenuti, la grande tradizione juvariana del Seicento.
Verisimilmente se non diretto committente ma quale probabile tramite può essere
indicato Monsignor Pietro Galletti, Vescovo di Patti proprio
dall'anno 1723, data segnata anche nel paliotto gioiosano.
A sostegno di questa ipotesi vi è la nota settecentesca del De Ciocchis che nelle Sacrae Regiae Visitationis ricorda nella Cattedrale di Paitti un «palio dell'altare maggiore di argento battuto, e cisellato in disegno di architettura, con tre statue di mezzo rilievo di argento anche battuto, una di S. Benedetto Patriarca, e l'altra di S. Bartolomeo apostolo, e l'altra della gloriosa vergine e martire S. Febronia, tutto intiero inchiodato con chiodetti di argento da per tutto sopra un telaro di legno, fatto detto palio da Monsignor Galletti», pertanto committente sicuro di questo genere di manufatti argentei.
Il vescovo Galletti, di formazione palermitana, uomo di cultura aggiornata e di gusto raffinato, si fece promotore di varie committenze artistiche e di interventi di restauro nel palazzo Vescovile e nella Cattedrale pattese. Quindi può essere stato lui ad indirizzare la commissione del paliotto d'argento ad un artefice di Palermo, città nella quale di preferenza richiedeva opere ed interventi per le chiese della propria diocesi, prima Patti e poi Catania.

Argentiere palermitano, Tabernacolo del Venerdì Santo, Gioiosa Marea, Chiesa Madre
Infine la sigla
FBR è sciolta in favore del console Francesco Bulgarello.
Ancora
di argentiere palermitano è il Tabernacolo del Giovedì Santo (fig. 3) detto
anche urna del SS.mo Sepolcro (alt. 60 on.; larg. base 22,5 cm.) la cui
punzonatura evidenzia l'aquila a volo alto con le sigle RUP (Regia Urbs Panormi)
e SP 37, riferita quest'ultima al console e al 1737, data di esecuzione dell'oggetto liturgico. La sigla SP potrebbe indicare
Salvatore Pipi che certamente fu console degli orafi e argentieri di Palermo nel
1742.
Le lamine d'argento sbalzate e cesellate ricoprono un'anima lignea dalla base ottagonale; la trama decorativa fittamente distribuita mostra delle baccellature nei listelli modanati della base e del coperchio, mentre sulle pareti bombate fasce fitomorfe riunite a ghirlanda sono tenute compatte da nastrini svirgolettanti, ove, per dirla con l'Accascina, «il tanto battere di lamina per fare gonfi sbalzi, il tanto inquietare le su-perfici in ricerca di dinamicità aveva mostrato quali effetti pittorici poteva rendere la sola materia ed il Settecento seppe profittare di tale esperienza».
La tipologia a baule dell'urna, aperta e dilatata nello
spazio circostante, è in sintonia con i concetti formali di gusto barocco,
profondamente diversi dalla conduzione architettonicamente manieristica che
anima l'urna del SS.mo Sacramento del 1644 nel Tesoro della Cappella Palatina di
Palermo, opera dell'argentiere messinese trapiantato a Palermo Giuseppe Ferro su
disegno del pittore Pietro Novelli il Monrealese
Sul listello ottagonale
di base corre la scritta incisa, solo in parte leggibile: D. Domenico B....
Archipresbitero...., indicante verisimilmente il committente dell'opera, tal
Domenico Barberi parroco della Chiesa di S. Nicolò di Bari a Gioiosa Guardia
dal 1724 al 174530.
Agli inizi del '700 si colloca un reliquiario
a forma di
«ostensorio» (fig. 4) con una base circolare e un nodo centrale piriforme,
accostabile alla produzione del secolo precedente. La tabella sbalzata, con al
centro l'ovale della reliquia, presenta un'ornamentazione barocca a volute
distribuite sui due lati in modo speculare, e a vari fiori quali campanule,
margherite e anemoni. Non è improbabile che il pezzo base-fusto sia più antico
della parte con la reliquia, infatti la scritta «Fecit 1732» incisa su di esso
potrebbe riferirsi ad un intervento di restauro
effettuato
contemporaneamente alla messa in opera della tabella superiore. L'opera per la
raffinata esecuzione e i motivi decorativi adottati è ascrivibile ad un
argentiere messinese.

Argentiere messinese ?, reliquiario a ostensorio, Gioiosa Marea, Chiesa Madre
Sicuramente uscita da una bottega argentiera di Messina è l'aureola da statua32 che reca lo stemma della città peloritana, uno scudo crociato e coronato preceduto dalla lettera M (Messanensis) e seguito dalla S (Senatus); la cifra 618 riferita all'anno di esecuzione e le iniziali CM dell'ignoto argentiere

Argentiere messinese, Aureola da statua, Gioiosa Marea, Chiesa Madre
L'opera
formata da un cerchio decorato
formata
da un cerchio decorato a
motivi geometrici realizzati a sbalzo, ad imitazione di gemme preziose,
presenta un'alternanza di lance zigrinate e fiamme serpentinate concluse da
stelle. Questi motivi alludono all'ardente passione di Maria, stella matutina.
Stilisticamente essa riprende un repertorio ornamentale manieristico reso in
modi quasi corsivi; una corona da quadro, pure d'argento, della chiesa di Maria
SS. Assunta di Castroreale, opera seicentesca dell'argentiere Bartolo
Provenzano mostra sulla base gli stessi motivi geometrici dell'aureola gioiosana33.
Per
tutte le opere che ora verranno analizzate, la matrice stilistica barocca segna
un comune denominatore nel quale sia gli argentieri messinesi sia quelli
palermitani si riconoscono apportando una propria caratterizzazione e una
particolare vitalità formale.
Due degli ostensori di Gioiosa emergono attraverso l'articolata composizione e le variazioni ornamentali. Marchiato con l'aquila a volo alto di Palermo, il più antico, evidenzia le sigle ADF 54 riferite ad Agostino Di Filippo proprio console degli argentieri nel 1754 e GD iniziali dell'ignoto artefice (figg. 6, 7).
Questo ostensorio ha una base mistilinea
ornata da volute ribassate,
cartocci e motivi fitomorfi; il fusto alquanto allungato contiene un nodo
formato da volute accostate, oltre le quali è il globo dorato con i quattro
simboli degli Evangelisti (il leone di S. Marco, il toro di S. Luca, l'angelo di
S. Matteo e l'aquila di S. Giovanni).
Sull'asse del fusto si pone in linea la
teca dell'ostia circondata da gemme bianche e verdi incastonate e da un
rigonfiamento sbalzato con nuvole e puttini alati chiamato dall'Accascina nuvolato. Tutt'intorno è un'esplosione di raggi dorati di
varia misura. Opera già barocchetta attenta all'effetto cromatico oro/argento,
manifesta la tendenza più palermitana che messinese al gioco dei contrasti.
Simile nella base e nel fusto è un altro ostensorio settecentesco pubblicato
dal Faranda.

Argentiere palermitano, Ostensorio a raggiera, Gioiosa Marea
Ma forse l'opera che ha maggiormente conquistato la nostra attenzione, insieme al paliotto dell'Assunta, è l'ostensorio marchiato Messina e siglato GBC 99 e TO , iniziali quest'ultime dell'argentiere, che in sintonia con la cultura formale e compositiva degli artefici palermitani e soprattutto messinesi, sostituisce gran parte del fusto con una vera e propria scultura in argento.

Essa raffigura il
Sacrificio di Isacco, tema connesso al Sacrificio di Cristo. Isacco è prefigurazione cristologica, emblematica
sull'ostensorio che celebra il miracolo eucaristico. Il taglio
compositivo della scultura esalta la dinamicità espansa del gruppo che in
adesione alla morfologia barocca propone una pittoricità volta «verso l'unità
e la subordinazione dei diversi elementi dell'opera sotto un unico principio»
luministico e spaziale. Sull'angelo dalle ali spiegate s'imposta la teca
raggiata ove sono pure spighe e pampini d'uva, a guisa di frasche decorative,
alludenti al pane e al vino eucaristico.
Fiorellini con gemme rosse ornano pure
la teca. Comunque essa si dispone in maniera asimmetrica rispetto alla zona
base-fusto, acuendone il dinamismo formale. All'analisi conclusiva del nostro
ostensorio del 1799 si attaglia il commento di Maria Accascina relativo ad un
ostensorio di argentiere messinese del 1787 (fig. 10) con Daniele nelle fossa dei leoni sul nodo, e l'angelo di una
singolare somiglianza a quello che ferma Abramo nell'ostensorio gioiosano; «Come
nell'architettura, così nell'argenteria si nota un improvviso rifiorire del
barocchetto più ricco e sfarzoso... più fosforescente sia per le tecniche che
consentono di sospendere nello spazio con scenografica soluzione un gruppo... e
di modellare con eccezionale delicatezza»

Argentiere messinese, Ostensorio a raggiera, Gioiosa Marea
Marchiato con lo stemma di Messina è un calice d'argento tardo-seicentesco (fig. 11) — se la data è da leggersi 94 cioè 1694 — che mostra una base e un fusto con nodo piriforme delicatamente cesellati sul tipo prettamente in uso nel sec. XVII. La sigla MI costituisce le iniziali dell'argentiere e probabilmente il calice era adoperato durante la settimana di Passione per le scene ad essa relative evidenziate dal contenuto rilievo del sottocoppa. Dell'argentiere DL, verisimilmente messinese, è l'altro calice argenteo (fig. 12) con una sobria decorazione barocchetta più emergente sul nodo del fusto che altrove. L'opera, che non ha marchi cittadini, è datata 1735.

Come già sottolineato l'altro centro di riferimento per l'acquisto di argenterie liturgi che è la «Felicissima» città di Palermo, ove furono realizzati gli oggetti che concludono questa carrellata di arredi gioiosani.

Argentiere messinese, Calice, Gioiosa Marea
Con l'aquila a volo alto sono quindi punzonati il turibolo del 1791 (fig. 13) dalla consueta tipologia barocchetta e la pisside (fig. 14) con base mistilinea e una plastica decorazione di spighe, pampini, fiori e angioletti raggruppati a tre a tre. Rilevate sono pure le volute architettoniche della base. Oggetto del 1745, conserva i marchi dell'argenti (GGR) e del console (FCC 45).
Alla tendenza decorativa palermitana chi predilige l'argento dorato si connettono due calici punzonati con l'aquila a volo alto. Il più antico è siglato GCA 39 (fig. 15) riferito a Giovanni Costanza COMO al 1739.

fig. 12 -
Argentiere messinese ?, Calice,
Gioiosa Marea, Chiesa
Madre
Esso si
caratterizza soprattutto nel nodo con medaglioni di santi,
uno probabilmente
raffigurante S. Filippo Neri, e figurine
allegoriche che
delle tre virtù teologali (Fede, Speranza e Carità) sedute agli spigoli
superiori. L'alta base dà una disposizione monumentale all'intero calice.
L'altro siglato APC 48 (Antonio Pensallorto console
1748) e VP, forse iniziali dell'argentiere Vincenzo Papadopoli o Vincenzo Pipi.
In questo esemplare le Virtù teologali sono poste sulla base del calice . La sostanza plastica che anima il lavoro dell'argentiere emerge
prepotentemente
nel volto degli angioletti dalle gote paffute, campiti sul nodo, tradotti dai
putti di Giacomo Serpotta e compagni negli oratori palermitani.

Argentiere palermitano, Turibolo, Gioiosa Marea

Dal panorama delineato — attraverso una campionatura di oggetti più significativi, ma sono ancora parecchi quelli inediti come paliotti, croci astili, corone e aureole da statua, calici .e patene... — emerge la sorprendente vitalità e raffinatezza mostrate dalla committenza locale non esclusivamente rivolta agli argenti, ma proprio nel XVIII secolo attenta alla richiesta di pale al noto pittore Olivio Sozzi, ai più qualificati marmorai palermitani di altari e paliotti, alle squisite manifatture messinesi di paramenti serici. Così Gioiosa è inserita nella capillare ed omogenea diffusione di cultura artistica barocca che in Sicilia ha il suo massimo splendore nel Settecento, il gran secolo delle arti, soprattutto decorative.
Testo a cura del Prof Gaetano Bongiovanni
Fotografie a cura di Egidio Marziano
Tratto da Timeteo Periodico annuale della Società Pattese di storia patria 1989 per gentile concessione degli autori