Festa di San
Nicola di Bari
L'antica Giojosa, posta sopra un alto monte e di rigido soggiorno, nello scorcio
del secolo passato venne abbandonata per la nuova Giojosa Marea, più salubre e
capace di maggior numero di abitanti.
I Gioiosani scesero alla ciappa di Tonu, e scendendo, come conservano i loro
costumi, così condussero seco i loro santi, primo tra' quali il patrono San
Nicola di Bari. Un grido assordante e frenetico di Viva
San Nicola! Viva il nostro protettore!" segnò l'ora della traslazione. "La bara,
uscendo in solenne processione dalla madre Chiesa, s'indirizzava al novello
tempio con concorso immenso di popolo, che, a capo scoperto, accalcantesi sulla
via, si pigiava per contrastarsi il merito di mettere una spalla per il
trasporto del Santo". Passò la contrada Casale, si fermò nella chiesa della
contrada San Michele, attraversò la fiumara, ed ebbe posto, il primo posto,
nella chiesa di Gioiosa Nuova.
Ma San Nicola non era stato sempre il patrono dei Gioiosani: prima di lui c'era
stato San Giovanni Battista.
E che aveva mai fatto il Precursore di Cristo per essere posposto al Vescovo di
Mira?
Narra la leggenda locale che una gran carestia affliggeva Gioiosa vecchia. I
poveri abitanti non sapevano a qual santo raccomandarsi e si struggevano in
lacrime ed orazioni; quando sul mare, lontano lontano, una barca a vela videro
indirizzarsi alla loro spiaggia e, giuntavi appena, scaricare grossa sacca di
frumento. Fuori di sé dalla gioia si precipitano giù alla marina e tutto il
danaro che possono aver racimolato offrono per l'acquisto del frumento. Nuova
sorpresa: il capitano della barca ricusa ogni compenso e divide loro tutto quel
ben di Dio, senza dire chi sia, donde venga e dove vada.
Dopo qualche anno alcuni Gioiosani, recatisi per loro traffici in Bari, vedono
in una chiesa una immagine di San Nicola, rassomigliante in tutto e per tutto al
capitano benefattore e prodigioso. Tornati al paese raccontano il lieto
riconoscimento, e nessuno dubita che l'ignoto capitano non sia stato San Nicola
in persona; e, detto fatto, tutti gridano loro patrono il venerato vescovo, in
onore del quale fanno subito scolpire una statua.
L'ingegnoso avvenimento, secondo la opinione degli intendenti, risalirebbe al
principio del secolo XVII.

La festa ricorre al 6 Dicembre: ed a quel giorno si riferisce il detto
meteorologico locale:
A Santa Nicola, a nivi supra 'i bisola
cioè: per San Nicola la neve è sulle soglie.
Le spese per la celebrazione della solennità ecclesiastica erano con precedenza questuate tra' devoti.
I preti andavano accattando
per il Santo e nel ricevere la elemosina lasciavano una figurina di esso, uno o
più panuzzi di Santa Nicola, panini o gallettini della grandezza d'un soldo e
dello spessore due o tre volte tanto, ed un biscotto a forma di liuto,
rappresentante il bastone, come il panuzzu raffigura la figura del Santo
medesimo.
L'antico apparato della processione è scomparso e dietro il simulacro si sente
solo qualche vecchia donnetta recitare la formula, una volta canticchiata:
E pi decimilia voti,
aduramu a Santa Nicola
alla quale a coro altre rispondono:
L'aduramu a tutti l'uri,
pirchì è nostru prutitturi.
Il decimilia passa, al solito, a vintimilia, a trentamilia fino a centumilia
voti per compiersi le dieci poste del rosario.
Le donnicciuole di campagna in questa occasione vogliono che il Santo benedica
la loro casetta; e battendosi il petto gliela indicano col modo specioso: Santa Niculuzza, 'ceddu mè, 'a mè casa è chidda unni cc'è 'a priuledda avanti 'a
porta.
Non è strano che codesta preghiera, che rivela una singolare naiveté, sia
diventata un motteggio dei Gioiosani cittadini per mettere in burla la gente di
campagna.
I tre giorni di festa, che si chiudono appunto con la processione, passano in
balli, suoni, fiere ed altri spettacoli.
In siffatta occasione le villanelle indossano il corpetto rosso tradizionale tanto da loro prediletto ed i giovani comprano alle fidanzate gli oggetti d'oro che vogliono ad esse regalare.
Il
piatto che non deve mancare è quello dei maccheroni e l'altro del capretto al
forno: la devozione per il Santo ne soffrirebbe.

Un'altra volta, nella Ottava di Pasqua, quasi sempre in Aprile, la statua è
rimessa fuori e ricondotta in processione, e le fan codazzo quelle della Madonna
delle Grazie e di San Giuseppe, le quali dopo qualche ora si fanno rientrare.
San Nicola, solo, rimane alla mercé dei devoti; villani e marinai lo conducono
fino alla campagna la Favara, ov'è un gelseto
(ricordiamoci che siamo nella
provincia di Messina, ove la coltura dei bachi da seta esige quella dei gelsi).
Quivi il curato benedice prima la campagna e poi la marina, o viceversa, secondo
che tra' presenti prevalgano i campagnuoli o i marinai. La preferenza è ragione
di gravi alterchi e di zuffe tra gli astanti, le quali non di rado si risolvono
con qualche fioccata di bastonate.
Bene o male che finisca la cosa, nessuno lascia il luogo benedetto senza
portarne via per devozione una frondicella di gelso, uso che si traduce nella
frase: Cògghiri a fogghia.