Ciao a tutti. Io sono Fabio

Riguardo alla mia passione per la scrittura posso dire che nel 2003 ho vinto un concorso letterario nazionale bandito dal “Teatro dei due Mari” ed è stato questo che mi ha fatto pensare che a qualcuno, magari, sarebbe piaciuto leggere i miei scritti; così ho cominciato a scrivere e migliorare sempre più il mio stile, anche e soprattutto attraverso la lettura.

Mi capita di “buttare sulla carta” tutto ciò che mi passa per la testa, di riuscire ad esternare meglio le mie emozioni attraverso la penna. 
“Game Over” nasce da un’attenta e “giovane” riflessione sulla realtà che ci circonda, sulla vita vista come un gioco virtuale che ha un inizio (start) e un’inevitabile conclusione (game over).

fabiosid@tiscali.it

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Se vuoi scaricare il mio racconto in formato Doc clicca qui
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Sidoti Fabio

Game Over

Ai miei nonni 

Maestri di vita

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“Un’ analisi lucida e spietata, quasi cattiva, sullo specifico manifestarsi dell’essere umano, tutto, dalle guerre alla religione, passando da drammi familiari e crisi giovanili, finisce sotto un inquisitorio esame. E c’è spazio anche per una struggente storia di inizio secolo, e non per questo dimenticata…dolce, malinconico sguardo al passato…e poi…poi il gioco finisce e resta solo un ragazzo di 18 anni con la sua penna ancora fumante”

 - Dani -

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“ ‘O insensata cura de’ mortali,

quanto son difettivi sillogismi

quei che ti fanno in basso batter l’ali!

                                                      Dante Alighieri

“Quando una volta la libertà è esplosa nell’anima dell’uomo, gli dei non possono più nulla contro quell’uomo. Perché è una questione di uomini e agli altri uomini soltanto spetta di lascialrlo correre o di strangolarlo”

 

                                                      J. P. Sartre

“Il fatto è che pur conoscendola bene , la Morte io non la capisco. Capisco soltanto che fa parte della Vita e che senza lo spreco che chiamo morte non ci sarebbe la vita.”

                                                      Oriana Fallaci

“La vertu qui nous sépara sur la terre, nous unira dans le séjour éternel”

                                                      J. J. Rousseau

“We are all waiting for a miracle”

                                                      Queen

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Start…

Ricordo questa parola che lampeggia sullo schermo all’inizio di questo gioco. Non ho mai capito chi fosse l’inventore, o meglio ci sono tante storie in giro; ma se mai l’incontrerò dovrò presentargli una bella lista dei suoi errori di calcolo.

Ma tanti davvero.

Intanto è tempo di fermarsi un momento. Tra una gara e l’altra non ci si ferma mai in questa partita. Forse tra questi scogli posso sdraiarmi per riprendere fiato e chiudere gli occhi qualche istante almeno. Che tramonto stasera, che colori e che tepore, sembra anch’esso virtuale o lo è davvero. Sembra tutto finto e a volte vorrei proprio che ogni cosa lo fosse, ogni notizia, ogni immagine, ogni giorno, ogni istante del gioco. Non ho per niente voglia di chiudere occhio, e penso, penso… perché è stata inserita questa opzione, questo dolente ònere di pensare, ragionare, crearsi fatidiche illusioni, ma comunque un “dono” divino, se vogliamo. A volte vorrei perfino non saper leggere, né scrivere; né tantomeno sentire le parole che trasporta il vento. Qualche mese fa mi avrebbe fatto comodo, e come. Quella maledetta mattina, quell’uomo maledetto, quel maledetto discorso. Non avrei dovuto sentire proprio nulla in quel bar stracolmo di gente e invece…, ogni avventura prevede un “invece”; invece in quello istante il locale era vuoto, non c’era nessun altro, e tra un bicchiere e l’altro, tra l’acqua che correva dal rubinetto e tavoli da ripulire, mi capitò di ascoltare quelle poche parole che spazzarono via quell’enorme convinzione e quella ferma sicurezza che erano i pilastri della mia terra, le colonne portanti della mia vita quotidiana.

Fu questo il nuovo impulso al mio soffocante bisogno  di scrivere, dovevo buttare sulla carta tutto ciò che mi era passato per la testa, ma cercavo invano di sottrarmi a questa insistente ossessione, a isolarla nei meandri della mia mente, a recluderla dietro sbarre immaginarie. Ma per un caso ancora qualche giorno dopo, quello stesso mese, ero in fila per godermi il concerto che sognavo già da tempo, da quando imparai ad ascoltare con attenzione le parole che Giorgia grida al mondo con la sua strana musica.

E con l’ansia che ritrovi dentro in quei momenti, non vai certo a pensare che quella stessa sera, uno dei tuoi più grandi idoli, anch’essi virtuali, tra una canzone e l’altra ti urli di scrivere ciò che pensi e che hai sempre pensato. Capii allora che avevo troppo bisogno di dire a tutti, in ogni modo, ciò che mi frullava in testa continuamente. Non era facile, ma avrei provato a farlo e pensavo che ce l’ avrei fatta prima o poi, volevo far conoscere a tutti la mia forse assurda visione della realtà. Si. Perché ti senti “grande” all’inizio, come tutti gli eroi della storia e coloro che la storia l’ hanno fatta; e allora perché non potevo essere come loro? In un gioco tutto dovrebbe essere possibile. Dovrebbe, dico. O forse questi “grandi” sono soltanto protagonisti vissuti tra i racconti dei libri di scuola, o forse uomini celebri solo perché il loro operato avrebbe fatto comodo a qualcun altro? Non lo sapremo mai, no quello mai, ma sono sicuro di voler essere me stesso, o meglio voglio essere qualcuno; e non è semplice egoismo, ma è la frenetica società del nuovo millennio che quasi ci spinge a questa ormai inevitabile “presunzione” della new generation: essere qualcuno. Non umile: un grande. Non semplice. I grandi non sono umili e semplici. Affatto. E’ il desiderio smodato di conquista che ci acceca, il continuo mutare di una società esclusivamente tecnologica e razionale, direi quasi forzatamente fondata su questa scomoda razionalità; è un mondo che ha perso la fantasia, giovani che hanno perso la voglia e la libertà di sognare o di volare lontano con l’immaginazione e di dare ad eventi inspiegabili una spiegazione tutta loro e incontaminata dalla scienza. Invece no, (il solito invece), adesso si è pronti a ricercare in ogni cosa una manipolazione scientifica. Non c’è più spazio sui giornali per parlare di quegli “innocui” errori di percorso, quegli incidenti assolutamente casuali che ogni giorno fanno la loro improvvisa comparsa! A volte pare vero che nella scienza si proceda per tentativi, ma è il caso ancora di procedere in questo modo? Penso, poichè di pensare mi è stato concesso, che bisogna imparare a guardare alle necessità prima di dedicarsi ad altri sprechi di tempo e denaro, e bisognerebbe vivere con più “abbandono” quegli attimi di vita che ci rimangono, quei secondi di gioco che ci restano ancora.

E le migliaia di bombe nucleari testate in quelle incantate isole del pacifico, diventate ormai i fantasmi dell’ultimo paradiso terrestre; e tutti quei maestosi alberi amazzoni che giornalmente si schiantano irrimediabilmente al suolo, uccisi da crudeli braccia meccaniche; e le continue esplosioni che riecheggiano ancora tra le dune di quei deserti dimenticati; e le grida, e le preghiere di quei bambini del mondo alla fine del mondo chi li sente?...e i loro occhi, chi ha il coraggio di guardarli e mentire che tutto finirà presto? E i folli esperimenti di laboratorio che danno vita a terribili epidemie che dilagano dappertutto; e quei milioni di giovani chiamati a servire la patria per banali contrasti economici o assurde vendette personali, e che magari le loro madri aspetteranno inutilmente alla finestra, chi li porterà indietro senza un buco in fronte? E’ un mondo stravolto dall’innovazione, una vita da prendere per la coda per non esserne travolti; ormai i simpatici pupazzi di pezza sono stati totalmente rimpiazzati dai tasti di un folle cervellone e dai travolgenti mostriciattoli di quei video games peggiori di questo. Adesso quegli stravaganti “omini blu” della foresta sono stati “uccisi” da Goku e i suoi fanatici compagni che cercano invano di salvare un pianeta caduto in rovina. Adesso la capretta di Haidi è la cavia di orrendi esperimenti biologici. Adesso i “mostri digitali” hanno invaso la terra e la governano con quelle loro faccine felicemente deficienti con le quali ci rapiscono dalla realtà.

Oggi preferiamo sfociare in conflitti di ogni genere, motivati da odiose assurdità, piuttosto che provvedere alle innumerevoli specie animali che scompaiono insieme ai loro ghiacciai, le loro foreste e i loro oceani. Oggi preferiamo profanare il sacro santo principio di democrazia pur di correre alla conquista di personalissimi tesori tanto sospirati. E mentre qualcuno legge queste righe un bambino muore di fame, un ragazzo uccide i genitori, un auto si schianta sull’asfalto, un uomo continua ad essere indegnamente sfruttato e un folle kamikaze si lascia esplodere tra la folla di un bar. Quando scenderemo veramente da questa giostra di frenesia, solo quando apriremo coraggiosamente gli occhi e guarderemo più lontano di altri, quando ci affacceremo da questa tinozza di stupidità, allora ci accorgeremo di ciò che ogni giorno continua a ruotarci intorno, di quello che occorre oggi più che mai riprendere tra le mai e frenare senza pensarci due volte. Sono precipitati aerei, sono crollate le torri più celebri del mondo, sono morte migliaia di persone assolutamente innocenti perché ci accorgessimo finalmente di quel piccolo e disastrato statarello dove le donne vivono ancora dietro un odioso velo di sottomissione e dove l’intera popolazione era e forse è ancora privata  della libertà, assoggettata da un regime di violenza.

Cosa dovrà ancora accadere per correggere gli errori?

Forse abbiamo già capito che non accade come nei computer: non possiamo decidere un bel giorno di resettare tutto.

Certo che l’uomo è strano. L’unico essere cosciente di distruggersi con le proprie armi, un uomo capace di bucare l’ozono, un uomo capace di condurre sfrontatamente migliaia di test atomici, l’essere che ha provocato l’estinzione di innumerevoli creature, la “bestia” responsabile di ben due conflitti mondiali, il genio capace di approdare sul suolo lunare, un mostro in grado di creare e distruggere in modo fieramente spregiudicato. Una dura e lunga battaglia quella tra l’uomo e la natura che si macchierà di sangue ancora per molto tempo, forse in eterno. E la tv intanto trabocca ogni giorno di notizie orribili, riguardo fatti di pura e cruda e semplice follia religiosa; oggi si uccide in nome di un dio e si nasce in nome di un altro, un alternarsi di realtà assurde che hanno ampiamente varcato la soglia del duemila e continuano a demolirla. E poi chiamiamo quei vecchi tempi “età buia”, quando di “luce” ce ne era e come, quando in più di uno cominciarono a tollerare religioni diverse dalla propria, grandi scrittori che rischiarono tanto pur di mettere quelle loro concezioni rivoluzionarie nell’impasto delle loro opere, in modo da influenzare il resto del popolo. Occorreva quindi una gran dose di speranza per affrontare la vita in ogni sua sfaccettatura, tenendo costante fede in ciò in cui si credeva, contrariamente ad un tempo che ci è familiare, in cui si venera l’errore e si considera la speranza la prima a morire. Cristo!

Chissà se è proprio questo caos la fine del mondo; eppure abbiamo sempre pensato a ben altro con questa parolona mozzafiato. Probabilmente è vero che tutto finirà fra qualche anno, come sostenevano civiltà considerate barbare e ignoranti, sterminate secoli addietro tra le alpi cilene e i deserti messicani. Non dobbiamo certo attendere che si “spenga” il sole fra interi millenni, o che avvengano esplosioni gigantesche o ancora alieni e mostri venuti da mondi paralleli.

No! Basta soltanto un’ altra epidemia artificiale, un altro decennio carico del triplo dei rifiuti odierni, o un folle esperimento con un piccolo errore di percorso (quello sempre) per uscire fuori strada e far degenerare tutto in una vera catastrofe. Tutto frutto di una scienza presuntuosa capace di uccidere fantasia, ideali e perfino sentimenti.  Anche questi, l’unica cosa che nonostante tutto cerca ancora di tener duro a questo “cancro”.

E’ difficile farci dimenticare cosa significa amare, cosa sia l’amicizia o che grande orgoglio comporta sentirsi parte di una nazione!

Sono forse queste emozioni, in qualche modo, una ragione in più per non mollare, per provare a guardare avanti e a combattere una battaglia giusta, una ribellione alla natura umana cosi stupida e freddamente razionale.

E’ comunque rilevante il fatto che sia proprio questa baraonda elettromagnetica, tra computer e microdisastri, a rendere sempre più difficili le nostre scelte e la creazione di un’identità personale.

Se prima l’adolescenza era la semplice ricerca di un “modello”, adesso è un’inconclusa tappa dell’eterno disordine, fatta di bronci e insoddisfazione, caratterizzata da quella costante paura di apparire. Giovani lunatici, schiacciati da nuove e imponenti difficoltà, invasi dall’angoscia di crescere e affrontare la vita  in tutte le sue sfaccettature , un mistero forgiato dal dolce e dall’amaro, di cui le giovani generazioni vorrebbero assaporare solamente il lato più gradevole; ma è proprio a questa età che si formano le basi per un futuro, adesso si comincia a maturare veramente, per cui bisogna guardare al futuro e gestire i propri progetti, impegnandosi a raggiungere gli scopi che ci saremo prefissi, pur continuando a sognare nei limiti del “caos” adolescenziale e mantenendo vivi quegli orizzonti immaginari che abbiamo cercato di raggiungere con la fantasia fin da bambini. E purtroppo anche quelli un giorno andranno in frantumi, quando verremo a contatto con la realtà che ci circonda, quando scorgeremo gli schiavi e i padroni e tutte quelle vite che chissà per quale strana ragione non meritano le “ali”; quando ci accosteremo alla realtà politica che governa la società odierna e quando verremo a conoscenza di quei suoi tabù che non ci è dato conoscere; quando vedremo un'altra testa cadere in Irak, quando la perfidia umana  si scaglierà contro prede infantili urlanti di terrore,  quando l’ultimo esemplare militante patriota griderà il suo motto d’orgoglio ai suoi stessi carnefici, allora saremo proprio stanchi di piangere con le lacrime, di piangere bagnato, ma piangeremo più di quelli che piangono infradiciandosi il viso.

Rabbia, si, rabbia. Senza ragione. Tutti prima o poi cadremo vittima di questo vortice di rabbia, rimorsi e ingiustizia. Tutte le carte verranno scoperte e ogni tassello andrà al posto giusto, tutti gli interrogativi troveranno una risposta e ogni “muro” infantile verrà abbattuto, in modo che non potremo più permetterci il lusso di sognare, né il piacere di costruire castelli in aria; dovremo starcene fermi e impotenti a guardare ciò che accade al di fuori della nostra innocenza. Scoppierà dentro una cattiveria cosi spietata per cui avremo finito di perdonare tutti e giustificare tutto. Crudeli verso ogni ingiustizia e indifferenti verso la preghiera. Agli occhi il mondo apparirà di un solo colore, non si riesce a distinguerli, tutto è sporco e spietato. Vedremo che la legge del più forte si tramuterà in quella del più furbo, loro governeranno il mondo, ma il destino, se esiste ancora(almeno lui), riuscirà ancora a trarli in inganno. E poi c’è perfino chi teme gli alieni, quelli verdi, orripilanti e con tanto di antenne sulla testona rotonda, quando invece di alieni ne abbiamo tanti. Ma tanti davvero. Gli alieni sono una marea. Tutti i nostri limiti, le nostre indignazione, la nostra codardia, la perfidia, l’invidia…tutto ciò é alieno. Ma alieno davvero.

E quegli eroi che dovevano cambiare il mondo? E il 2000 che avrebbe dovuto apportare sensazionali cambiamenti? E la misteriosa Atlantide? E le pazzie dello sceicco del terrore? E tutti gli ebrei trucidati nei campi di sterminio come buoi al mattattoio?...come può tutto questo avere una spiegazione scientifica e totalmente razionale. Ci sono enigmi cosi insormontabili che millenni addietro hanno dato vita a ciò per cui oggi giungiamo le mani alzando gli occhi al cielo, per cui oggi c’è chi si inchina verso la mecca, per cui costruiamo chiese sempre più alte e lussuose. Come possono grandi misteri come tutte queste svariate religioni convivere con scienze sempre più precise e concrete? O meglio, come potrebbero continuare a persistere insieme ad un sistema politico che sta adesso al centro dei nostri interessi. Lo stesso “onnipotente” non esiterebbe nemmeno.

La vita stessa è un mistero, non possiamo spiegarla con la calcolatrice! Vulcani e terremoti non hanno bisogno di formule per scatenarsi irrimediabilmente, cancellando tutto quello che gli capita tra le grinfie. E’ una questione di fede o di razionalità? O del frullato di entrambi?

E’ cosi che gli uomini si dividono in due grandi gruppi:

quando gli capita un colpo di fortuna i primi ci vedono di più che mera fortuna, che semplice coincidenza; lo vedono come un segno, come la prova che esiste davvero qualcuno lassù che veglia su di loro. Per i secondi è solo un caso fausto con un corso di circostanze, per loro queste situazioni sono metà e metà, possono essere piacevoli come non lo possono essere, ma nel profondo sono convinti di essere soli, qualunque cosa accada; e questo li riempie di paura. Ma sono molto più numerosi quelli del primo gruppo, sempre pronto a scorgere il miracolo e nel profondo sono convinti che qualunque cosa avvenga c’è sempre qualcuno lassù che li protegge, e questo li riempie di speranza. Ecco. Quello che dobbiamo chiederci è che tipo di persone siamo: facciamo parte di quelli che vedono segni, che vedono miracoli? O pensiamo che sia solo il caso a governare il mondo? In altre parole, è possibile che esistano le coincidenze? E’ possibile che esista una sorta di onnipotente “grande fratello”? O siamo completamente soli?

Mi sono sempre tormentato con queste domande, programmate forse a straziare la nostra adolescenza, ed ogni giorno è sempre stato un oceano di esperienze dove andare a pescare una soluzione o almeno una piccola convinzione su cui stabilizzare la mia posizione. Ma un bel giorno mi capitò di ascoltare il racconto di un’anziana signora, una storia umile e spietata, intrigata e misteriosa, una storia che sta alla base della mia fede e della mia formazione morale, nascosta nel profondo dell’anima, una storia che mi piace ascoltare e riascoltare ancora e che affiora dai fantasmi e dalle crudeltà del secondo conflitto mondiale, un romanzo incolore che iniziava così…

 

“Sono nata il 26 settembre del ’32. I miei genitori mi volevano un mondo di bene.. Si amavano cosi tanto che quando si abbracciavano, seduti su quella panca di legno accanto al focolare, pregavano di morire insieme quando il destino avrebbe segnato anche il loro giorno. Ma a volte il Signore esaudisce anche i desideri più strani e quel giorno non sarebbe tardato ad arrivare. Anche un’anziana veggente aveva predetto a mio padre che sua moglie sarebbe morta un mese esatto dopo la nascita di mio fratello. Così fu. Non un giorno né un secondo prima. Una mattina come tutte le altre ci svegliammo con un fragore di bombe che esplodevano nelle campagne intorno per quella dannata guerra che inveiva in tutta Europa. Tutto sarebbe andato per il meglio quel giorno del’43, se solo avessero issato sulla chiesetta del paese quel maledetto lenzuolo bianco. Avrebbero capito che i turchi erano già andati via di lì. Se solo…quel lenzuolo…niente spari, né esplosioni…e invece… . In fretta cercammo di rifugiarci in una galleria sotterranea lì vicino, dove tante altre persone accorrevano in preda al terrore. Ma quei pochi metri che ci separavano dalla salvezza mutarono in quell’abisso che mi separò per sempre dalla mia famiglia, per sempre. Restai sola, in quella folta nube di polvere che si era levata. Secondi che non si decidevano a trascorrere e a mostrarmi cosa fosse accaduto così all’improvviso. Continuavo a girare intorno, tra il fango, le cannonate che esplodevano al di là delle colline, e vedevo solo qualche agnello trucidato e un cavallo impazzito che provava a liberarsi dalle corde che lo trattenevano. Gridavo e gridavo ancora, di rabbia, dolore, paura. Nessuno compariva oltre quegli ulivi che vegliavano con me i miei cari sbattuti al suolo come rifiuti. Li guardavo immobile mentre mia madre stringeva ancora il suo bambino, pensando che si rialzassero per continuare a fuggire, per abbracciarci ancora, per ridere insieme anche l’ultima volta. Speravo invano di poter dire loro ancora una volta  vi voglio bene. Ma qualcuno me l’aveva negato per sempre, qualcuno che non aveva nessun diritto di manipolare la mia felicità e la mia vita. Chi aveva tanto privilegio da decidere della vita di un uomo, una donna e…e un bambino di un mese soltanto? CHI? Nessuno poteva rispondermi e nessuno l’avrebbe mai fatto o lo farà adesso.

E intanto non si udiva più nessuno sparo e nessun frastuono. Ogni cosa sembrava essersi fermata a guardare come la mia vita era stata stravolta e come le cose sarebbero del tutto cambiate di lì a poco. Ancora per sempre. Finalmente udiì dei passi accorrere verso di me. Vidi un uomo che con gli occhi sbarrati per la paura che impazzava in quelle campagne, mi strappò via dalla vista di quelle tre anime che erano state forse la mia unica ragione per continuare a combattere in quella realtà di follie. Quel giorno stesso i miei nonni materni mi presero in consegna e quello fu solo l’inizio della fine. Mio nonno urlava come un forsennato ed io lavoravo perfino insieme a lui. Dopo qualche anno, tra gli stenti e la fatica, a soli undici anni, altri miei parenti mi consigliavano il collegio, ma fidandomi dei miei nonni che ad ogni modo cercavano di trattenermi a casa con loro, rifiutai con quell’esitazione che invece mi avrebbe permesso di voltare pagina una volta per tutte. Infatti capii solo dopo che in quel luogo descritto con tanto di aspetti quasi orribili, avrei senza dubbio potuto vivere in modo migliore. Così quella rabbia che avevo messo da parte si riaccese così ferocemente che tentai invano di scappare via di casa. Ma dove sarei potuta andare? Dove? Non potevo tentare la fortuna tra quelle terre impregnate di tensione e fin troppo lontane dal paese.

Gli anni intanto correvano ed io cercavo di abituarmi all’idea di non poter più chiedere quei preziosi consigli che mi dava mia madre; pensavo a mio fratello che muoveva i primi passi e mio padre che contemplava in silenzio la bellezza della sua eterna musa. Ma il tempo non pensava affatto di fermarsi. Lui non pensa mai e continuava a sfuggirmi e a spogliarmi di quel velo di rimpianti e ricordi che mi ero costruita intorno.

Un giorno  bussò alla porta mio zio, il fratello di mia madre, che si sarebbe fermato con noi solo per qualche tempo. Ma  dopo pochi mesi si sposò con una ragazza che abitava a pochi passi da noi. Pensavo che qualcosa sarebbe cambiata finalmente. Un volta pagina sarebbe stato davvero un miracolo dopotutto. E invece le urla quotidiane si erano moltiplicate insieme alle mille solite difficoltà, mentre tutta sola crescevo i due bambini di mio zio.

Anch’io ricevevo molte proposte di matrimonio. Già a soli sedici anni qualcuno dopo tanto tempo cominciava a guardarmi con interesse, ma era ancora troppo presto per buttarmi a capofitto in questo intrigo di sopportazioni. Erano gli anni quaranta. E invece i miei parenti mi organizzarono perfino il futuro, promettendomi in sposa ad un arrogante Don Giovanni del posto. Salii sull’altare a soli diciassette anni con quell’abito bianco che nascondeva la mia indignazione, e pronunciando quel famigerato “SI” avevo aperto le porte all’ennesima pagina contorta della mia vita. Non sapevo come andare avanti, senza nulla di ciò che occorreva nella mia nuova casa. Nemmeno mio marito, che sospirato da tante ragazze andava in giro con il suo cavallo bianco mostrando i suoi bei trent’anni. Sembrava non rendersi conto dello stato di abbandono di quei vecchi casolari. E intanto io stavo chiusa dentro o andavo giù in paese per comprare l’indispensabile e portarlo sul capo fino a casa. Non importava se piovesse a dirotto o meno. Era lo stesso. Se solo avessi saputo tutto quello che mi aspettava, o se solo avessi saputo di restare sempre all’oscuro di tutto, allora non avrei esitato a “piantarlo”in asso e fuggire via. Questa volta non avrei indugiato tanto. Per niente.

Sfruttavo al massimo quelle poche cose che mi restavano di mia madre, mentre guardavo quelle pareti consumarsi ancora. Gestivo anche un piccolo negozio sotto casa, trovandomi di fronte gente in preda all’alcolismo e sempre in collera. Soltanto vino e sfrenate partite di briscola e tresette. Nessun orario. Andavo via anche alle due del mattino e qualche ora dopo ero pronta a ricominciare la solita “routine” quotidiana. Mia suocera, poi, sembrava la prescelta dal male a ferirmi ancora e ancora una volta. Non pensava affatto quale grande mancanza potesse opprimermi, quale grande vuoto potesse ancora regnare all’interno del mio animo; non tentava nemmeno di confortarmi o di trattarmi come una figlia e così, invano, cercavo qualcuno cui sfogare tutto quello che mi esplodeva dentro ormai da troppo tempo. Non era mai soddisfatta di ciò che facevo: né la gentilezza né il rispetto riuscivano a strapparle un sorriso, ma continuavo imperterrita a sfoggiare orgogliosa quell’educazione che mi avevano impartito quegli angeli. Perfino qualche acida amante di mio marito provava ad ostacolarmi e a spettegolare sul mio conto, mentre sopportavo e sopportavo ancora, e forse mi lasciavo “calpestare” così ingiustamente per non lasciare che certe cose sfuggissero dalle mura domestiche.

E intanto mio suocero provava a proteggermi con il suo immenso affetto, scontrandosi con sua moglie soltanto a causa mia. Soltanto causa mia! Non potevo vederlo schiacciato dal peso di quelle parole, mentre mio marito, seppure mi volesse un gran bene, continuava a trascorrere le sue giornate con gli amici, trascurandomi con una pressante indifferenza. Ma per quanto la vita sia strana riesce anche ad offrire gioie immense ed emozioni irrefrenabili. E infatti, dopo anni trascorsi a versare lacrime sui quei pochi bei ricordi che mi restavano, riuscii  ancora a provare una gioia immensa alla nascita di ognuno dei miei quattro figli. Tutti maschi. Come se fossero arrivati per cambiare e proteggere il mio “gioco”. Gli angeli dell’apocalisse venuti a fare da scudo alla regina di questa partita di scacchi. Bella questa. Ma presto mi accorsi che due di loro non sentivano e non parlavano. Ancora un’ altro bastone infilato tra le ruote del mio carro, ma era tardi per arrendermi ormai. E cercando di fare il possibile, tra le lacrime e lo sconforto, decisi di mandarli in un collegio lontano da casa grazie al quale avrebbero potuto costruirsi un futuro tutto loro. Oggi posso, così, vederli soddisfatti e impegnati su fronti diversi, in luoghi diversi, qualcuno perfino oltre oceano e qualcuno che rientrando la sera è felice di riabbracciare i propri ragazzi, nipoti eccezionali.

E proprio in quegli anni, dopo la scomparsa dei miei suoceri, iniziammo finalmente a riparare pareti e soffitti, dedicando le nostre giornate al lavoro e al sacrificio, lasciandoci alle spalle ogni genere di svago. Riuscivo comunque a mettere da parte un po’ di denaro, quel denaro che un bel giorno mio marito diede in prestito ad un amico che li avrebbe restituiti appena possibile. Certo appena possibile. Mai! Quei soldi sparirono nel nulla, trasformando in lacrime quel pesante ricordo di tutti quei risparmi andati in fumo. Dopo quindici anni morì il nostro debitore e con lui anche la speranza di riavere quello che avevo perso per sempre. Ancora qualcosa per sempre. Non avrei potuto aiutare i miei ragazzi con il loro matrimonio e la casa e tutto il resto. Niente. Quell’errore continuava a far troppo male.

Come se non bastasse, come se non avessi già assaporato l’amaro della vita, qualche anno dopo scivolai giù da una vecchia cascina segnando per sempre il mio futuro fatto di dolori fisici, ortopedici e impedimenti. Questa fu la ciliegia su quella torta senza zucchero, una ciliegia che avrebbe completato la mia maledetta macedonia di sopportazioni. E cercando invano di non perdere in questo tumulto di eventi incontrollabili, riuscii ad ogni modo ad appoggiare con quel poco che basta i miei figli e ad agevolarli nelle loro scelte e a vederli con quello splendido tondino d’oro al dito. Ma il mio più grande riscatto arrivò in una splendida giornata del duemila, quando con il loro aiuto, io e mio marito festeggiammo il nostro cinquantesimo anniversario di matrimonio, mezzo secolo dopo quel ricevimento senza troppi riguardi. E tra l’affetto di amici e parenti riuscii a provare quella felicità ormai arrugginita dal tempo, una soddisfazione che mi era sempre stata estranea. Non avrò rimpianti pensando al grande piacere che aveva coinvolto anche mio marito in quella bellissima giornata di festa, circondato dalle immense emozioni che gli avevano regalato i suoi ragazzi; infatti appena un anno dopo mi abbandonò anche lui, lasciandomi ripiombare in una totale disperazione, alla ricerca di una nuova spiegazione, e vagando con la sua immagine fissa negli occhi ero certa di vederlo ancora in giro per casa. Mi aveva trascurato, è vero, ma era stato pur sempre un cavaliere rispettoso ed era pur sempre mio marito, il padre dei miei ragazzi.

Preferii e preferisco tutt’ora restare sola, nella mia eterna solitudine destinatami già tanti e tanti anni prima. Sembra strano ma ancora una volta ce l’ho fatta a superare situazioni che pensavo di non essere più in grado di affrontare, anzi proprio qualche anno fa presi la dura decisione di sottopormi ad un delicato intervento al ginocchio, un intervento che sarebbe potuto costarmi la vita. Ma non ero affatto timorosa, né preoccupata di poter mettere a rischio la mia “splendida” esistenza, e grazie al cielo, sono riuscita a superare con tutto l’impegno possibile, anche l’ennesimo ostacolo.

Oggi vivo ancora in quei luoghi dove si sono alternati spiriti “buoni e cattivi”, dove riecheggiano ancora le mie urla di rabbia, una dimora immersa nella natura, dove si impara a vivere delle gioie dell’essenziale, un posto dove aspetto che il destino torni ancora a farmi visita.”

 

E chissà quanti altri spiriti nasconda questa storia, come tante altre che siamo abituati ad ascoltare. Non si può scavare sempre fino in fondo perché a volte molte cose rimangono celate nell’ombra con il divieto di risalire alla verità, perché dobbiamo necessariamente continuare a giocare senza conoscere alcune pedine del gioco, alcune pedine così apparentemente insignificanti e velate di infantili fantasie che se rientrassero in campo raserebbero al suolo la nostra imponente e traballante impalcatura vitale. Sarà forse questo il motivo per continuare ad avere fede, per continuare a guardare la vita con quello sguardo di mistero, con quegli occhi curiosi e smettere di scavare o provare inutilmente a tornare indietro. Proviamo piuttosto a staccare la spina per un attimo e a pensare con quella mente fantasticante, navigando fra tutti quegli enigmi che rappresentano l’ultimo rifugio per  non cedere al mostro di razionalità.

Bisogna essere in grado di non mollare e se qualche “esplosione” dovesse sconvolgerci l’esistenza, allora cerchiamo di vivere soltanto perché di vivere ci è stato concesso, continuando a riflettere e a prendere esempio dalla forza che traspare da storie simili, e continuando a sorridere, a correre, a vivere. Non c’è niente per cui sorridere in questo mondo bastardo, ma ridiamo, ci sforziamo di farlo, e se necessario ci tiriamo le guancie in un sorriso da stupidi; Ma dobbiamo farlo, dobbiamo. Conoscevo qualcuno che avrebbe voluto continuare a vivere, ma gli è stato vietato, ed è per questo che dobbiamo farlo noi per lui e per molti altri, è un nostro dovere, o meglio deve essere il nostro più grande obiettivo.

 

E intanto mentre la musica mi irrompe dentro, mentre guardo il mare che imbrunisce all’oscurarsi dell’orizzonte, mentre le nubi soffocano il cielo, mentre l’acqua mi scivola sulla pelle, mentre ancora un’onda si infrange sulla sabbia e l’acqua corre tra i sassi rotolanti, penso che appena chiuderò queste pagine tutto ciò che ho pensato, che ho scritto e che mi brucia dentro sarà svanito del tutto, mascherato dalla fredda semplicità della frenesia quotidiana e da una scontata convinzione che i sogni fanno dell’uomo un essere stupido.

Non voglio più continuare a scrivere queste poche pagine, chi ha scritto le prime non è più la stessa persona ed ha paura di cambiare opinione; certamente la cambierà, ma tutto questo ormai è fatto e almeno resterà per sempre nero su bianco.

Adesso resto immobile su un scoglio a guardare il cielo che si è ormai coperto mentre il vento spolvera sabbia tra la brezza marina. Penso l’ultima cosa mentre i fulmini sbisciano tra le nubi, penso di aver capito che non c’è una causa unica al perché dell’esistenza, non c’è un uomo da carbonizzare su una maledetta sedia elettrica perchè tutto cessi di andare per il verso sbagliato, penso che sia ogni singolo individuo del pianeta a decidere le sorti della convivenza sociale dell’uomo, un destino che non è scritto da nessuna parte, ma che ogni momento viene costruito da noi stessi, e ogni minuto che saremo riusciti a goderci l’avremo allora costruito bene, avremo saputo cogliere quell’attimo che da tempo immemorabile continua a sfuggire.

Una sola cosa è certa; se è proprio vero che la vita è soltanto un gioco, e qualche fratellone ciclopico ci osserva di soppiatto manipolandoci come marionette, allora penso che tutti siamo coscienti del fatto che quando saremo stufi e assaliti dai rimorsi non possiamo afferrare una gomma e cancellare ogni traccia dei nostri errori, perché il tempo è l’entità più testarda del creato e non cambierà certo idea dopo interi millenni, non deciderà all’improvviso di retrocedere, per ritoccare qualche dannato “errore di percorso” (sempre quello), per fermare un omicidio, per fermare un vulcano, una valanga o qualsiasi altro fuori programma. No. Tutti giochiamo e tutti dovremo perdere prima o poi, ovvio. Ma se volgiamo rimandare tutto al poi, anche quello arriverà, dopotutto. Tanti hanno già perso la loro vita nel ricercare un significato al fine della vita, per dare un volto alla morte. Ma hanno appunto perso soltanto la loro vita nel cercare un perché al fine della vita stessa. Forse soltanto dopo aver finito il gioco ci sarà permesso di venire a conoscenza della verità, per adesso siamo ancora nel video game, non possiamo conoscerne i passaggi segreti, se no che gioco sarebbe? Possiamo invece gestirlo, possiamo decidere la via da prendere, il muro da scavalcare, la stella da acchiappare, i sogni da rincorrere, i mostri da sconfiggere, ma usciremo da lì soltanto quando l’inventore deciderà di farci fuori. Sarà lui stesso ad avvisarci, con tanto di riguardo. Forgerà per noi, capite, solo per noi, costruirà un parolina simpatica, troppo simpatica, che comincerà a lampeggiare imperterrita sul nostro schermino. E il gioco finirà com’era iniziato. Avremo pochi secondi, magari indolori, per scappare via da quel mondo virtuale, di corsa, veloci come la luce, all’improvviso o sofferentemente lenti. Game Over, caro ragazzo, Game over lampeggia con un’odiosa nenia. Dobbiamo uscire, dire addio a tutto, rinunciare alle nostre pedine amiche, ai nostri compagni virtuali, a quel gioco che cominciava a stufarci..

          ..é allora che non si può più sognare,

                                 sognare magari di tornare indietro.

                                             

                                   Game Over